Da qualche mese è diventata una delle domande che ci sentiamo fare più spesso. E, probabilmente, è anche una delle domande meno interessanti.
Quando un cliente legge un testo, quando un collega vede una presentazione o quando pubblichiamo un articolo come questo, prima o poi arriva sempre qualcuno che chiede: “L’avete scritto con ChatGPT?”
È una curiosità comprensibile. L’intelligenza artificiale è entrata nel lavoro quotidiano di tutti e ha cambiato il modo in cui immaginiamo la scrittura. Oggi sembra quasi che il valore di un contenuto dipenda più dallo strumento utilizzato che dalla qualità delle idee che contiene.
Eppure, ogni volta che ci viene posta questa domanda, ci accorgiamo che il punto è un altro.
Perché, in fondo, nessuno entra in un ristorante chiedendo se lo chef abbia usato un coltello giapponese o uno francese. Quello che conta è il piatto che arriva in tavola. Con la scrittura dovrebbe funzionare allo stesso modo.
La domanda non dovrebbe essere “Con cosa è stato scritto?”. La domanda dovrebbe essere “Dice davvero quello che voleva dire?” È una differenza sottile, ma cambia completamente il modo di lavorare.
Molti immaginano che usare l’intelligenza artificiale significhi aprire una chat, scrivere un prompt e aspettare qualche secondo perché compaia un articolo pronto da pubblicare. È un’immagine rassicurante, perché semplifica tutto. Ma almeno nella nostra esperienza il testo è quasi l’ultima cosa che nasce.
Prima arrivano le domande. Di cosa vogliamo parlare davvero? Perché questo argomento dovrebbe interessare a qualcuno? Qual è il punto che vogliamo lasciare al lettore quando chiuderà la pagina? Qual è la domanda giusta con cui aprire? Quale esempio rende concreto il ragionamento? Come facciamo a trasformare un’idea in un percorso che abbia un inizio, uno sviluppo e una conclusione?
Per diversi minuti, durante la stesura di un articolo, non esiste ancora nessun testo. Esistono solo appunti, collegamenti, ipotesi, domande scritte a margine e schemi che vengono continuamente spostati. È un lavoro poco spettacolare, ma è quello che determina tutto il resto.
Ci piace pensare che un contenuto assomigli più a un corpo che a una pagina.
Prima si costruisce lo scheletro: la struttura del ragionamento, l’ordine con cui verranno affrontati gli argomenti, il ritmo della narrazione. Poi arrivano i muscoli, cioè gli esempi, i dati, le osservazioni che danno forza all’idea. Solo dopo si forma la pelle: il tono di voce, lo stile, il modo in cui quel testo diventa riconoscibile. Le parole sono l’ultimo passaggio. Sono il vestito.
Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale cambia ruolo.
Non è più la macchina a cui chiedere di “scrivere un articolo”. Diventa un interlocutore con cui mettere alla prova lo scheletro del ragionamento. La usiamo per verificare se una struttura regge, per esplorare punti di vista che magari non avevamo considerato, per capire se un passaggio è davvero chiaro o se stiamo dando qualcosa per scontato. A volte ci suggerisce una strada migliore. Altre volte ci convince che la prima intuizione era quella giusta. In entrambi i casi, il valore non sta nella frase che produce, ma nella conversazione che rende possibile.
È un cambiamento che ha modificato anche il nostro modo di lavorare. All’inizio chiedevamo all’AI di scrivere. Oggi le chiediamo soprattutto di ragionare con noi.
Perché un testo corretto si può ottenere in molti modi. Un testo che coglie davvero il punto nasce solo quando qualcuno, prima ancora di scrivere, ha capito qual era il punto.
Per questo motivo, quando ci chiedono se questa news sia stata scritta con l’intelligenza artificiale, la risposta è inevitabilmente ambigua. Sì, perché l’AI ha partecipato al processo. No, perché nessun algoritmo ha deciso quale domanda porre, quale percorso seguire o quale idea meritasse di essere raccontata. Quella parte continua a essere il nostro lavoro. E forse è proprio questa la trasformazione più interessante che stiamo vivendo.
L’intelligenza artificiale non ci sta insegnando a scrivere meglio. Ci sta costringendo a pensare meglio. Perché se oggi tutti possono generare un testo in pochi secondi, il vero vantaggio competitivo non è più la capacità di scrivere. È la capacità di costruire un pensiero che valga la pena leggere.
Se vuoi un testo scritto bene con l‘AI, contattaci.