Un ampio studio internazionale, che vede tra i protagonisti i ricercatori del San Raffaele, apre nuove prospettive nella definizione delle strategie terapeutiche e nella preservazione della fertilità
La quasi totalità dei tumori ovarici appartiene al sottogruppo delle forme epiteliali, che rappresentano fino al 90% delle diagnosi e comprendono i carcinomi sierosi, mucinosi ed endometrioidi. Tuttavia, accanto ad essi ve ne sono altri, ben più rari, caratterizzati da profili di rischio e aggressività diversi da quelli del gruppo predominante: si tratta dei tumori che derivano dalle cellule germinali o dello stroma. In particolare, dei tumori maligni delle cellule germinali (quelle destinate alla formazione degli ovociti) si hanno scarse informazioni e ancora si sta cercando di comprendere quali siano i fattori che ne influenzano la prognosi, per poter incrementare le possibilità di guarigione anche nei casi avanzati e preservare, laddove possibile, la fertilità delle pazienti.
Con questi obiettivi, l’IRCCS Ospedale San Raffaele, nell’ambito del gruppo multicentrico collaborativo MITO (Multicenter Italian Trials in Ovarian cancer), ha coordinato, insieme al Charing Cross Hospital di Londra, uno studio multicentrico internazionale, raccogliendo una casistica complessiva di 254 donne affette da tumori germinali dell’ovaio in fase avanzata - la più ampia disponibile su pazienti colpite da questa rara neoplasia - trattate tra il 1971 e il 2018 nei centri specialistici italiani e britannici.
I TUMORI GERMINALI MALIGNI DELL’OVAIO
“I tumori germinali maligni dell’ovaio (MOGCT) rappresentano al massimo il 2% di tutte le neoplasie ovariche e sono del tutto differenti rispetto ai carcinomi epiteliali, con cui non hanno nulla in comune al di fuori della sede di origine”, spiegano le dottoresse Alice Bergamini, prima autrice dello studio, e Giorgia Mangili, co-coordinatrice della ricerca, entrambe afferenti all’Unità di Ginecologia Oncologica Medica del San Raffaele. “Quasi sempre essi colpiscono donne giovani, anche al di sotto dei vent’anni, ancora in età riproduttiva [l’età media dei carcinomi epiteliali dell’ovaio è, invece, di circa 60 anni, N.d.R.]. Tendono a presentarsi negli stadi iniziali, pur con la tendenza a metastatizzare; tuttavia, se trattati correttamente hanno una prognosi buona, anche nel caso di forme metastatiche”.
Da un punto di vista istologico e di classificazione i MOGCT presentano più analogie con i tumori testicolari, ampiamente diffusi nelle fasce più giovani di popolazione e contraddistinti da un’elevata sensibilità alla chemioterapia e alla radioterapia. “Sebbene in passato il gruppo dei MOGCT sia stato considerato come un’unica classe tumorale, esso comprende vari istotipi, ognuno con un comportamento biologico differente: pertanto, la loro gestione deve essere altamente specialistica. Il valore della ricerca e della collaborazione è essenziale per conoscere meglio questa patologia rara”, prosegue Bergamini. “Diventa sempre più evidente come sia necessario differenziare il trattamento a seconda del tipo tumorale individuato, poiché la prognosi varia considerevolmente a seconda del profilo biologico e istologico della malattia”.
Lo studio co-coordinato dal San Raffaele, pubblicato sul Journal of Clinical Oncology, riflette pienamente l’eterogeneità biologica tra i diversi sottotipi di MOGCT e identifica tre fattori prognostici principali che definiscono i casi più aggressivi (l’età ≥35 anni, uno stadio di malattia avanzato e un’istologia non disgerminomatosa).
LO STUDIO MULTICENTRICO PIÚ AMPIO MAI REALIZZATO SUI MOGCT
“Rispetto agli altri tumori ovarici, alcuni tipi istologici di MOGCT (soprattutto i tumori del sacco vitellino e i coriocarcinomi) esprimono marker sierici - fra cui alfa-fetoproteina (AFP), beta-HCG e LDH - che possono supportare la diagnosi al riscontro di una massa ovarica in una ragazza particolarmente giovane”, aggiunge Mangili. “Per la diagnosi è essenziale l’esame ecografico e, nei casi in cui non sia possibile eseguirlo, una risonanza magnetica o una TAC addominale”. La stadiazione è essenzialmente di tipo chirurgico ma deve essere sempre conservativa, con la possibilità di preservare la fertilità nelle giovani donne che desiderano avere figli.
Secondo i dati dello studio appena pubblicato, nelle donne con MOGCT il trattamento multimodale di prima linea (chirurgico e chemioterapico) ha determinato risultati molto favorevoli: l’84,6% di esse ha ottenuto una risposta completa, il 7,1% una risposta parziale e soltanto il 4,7% è andata in progressione durante la terapia. La sopravvivenza libera da progressione (PFS) a 10 anni è risultata dell’82,8%, mentre la sopravvivenza cancro-specifica a 10 anni [un parametro che misura la percentuale di pazienti che non muore a causa di un tumore specifico in un determinato periodo, N.d.R.] è stata dell’83,2%.
Uno dei risultati più importanti dell’indagine riguarda la prognosi negli stadi di malattia avanzati. “Nei casi in cui l’ovariectomia non sia stata possibile, è emerso comunque il buon esito della chemioterapia, dimostrando che anche malattie molto avanzate possono essere curate con successo grazie a un approccio aggressivo”, aggiunge Mangili, evidenziando il valore dei regimi chemioterapici a base di cisplatino, etoposide e bleomicina (PEB) o della combinazione POMB/ACE, entrambi in grado di assicurare elevate percentuali di sopravvivenza negli stadi più avanzati senza compromettere la fertilità.
Infine, nello studio è stato valutato il ruolo della chemioterapia ad alte dosi (HDCT), in grado, se utilizzata precocemente, di migliorare la sopravvivenza alla prima recidiva della malattia: le pazienti trattate con HDCT in seconda linea hanno ottenuto percentuali di sopravvivenza libera da progressione molto superiori rispetto a quelle trattate soltanto con chemioterapia convenzionale, associata o meno a chirurgia. Al contrario, quando essa veniva utilizzata nelle recidive successive la mortalità mostrava una crescita netta.
APPROFONDIRE LO STUDIO DEI TUMORI RARI PER TROVARE NUOVE CURE
Lo studio co-coordinato dal San Raffaele nasce dalla necessità di identificare con maggiore precisione i fattori prognostici associati alla sopravvivenza nelle pazienti con MOGCT in stadio avanzato e concorre ad aumentare sensibilmente la comprensione di questi tumori e della loro prognosi a lungo termine, dando conferma di come gli esiti complessivi siano oggi molto migliori rispetto al passato, anche negli stadi di malattia avanzati, grazie all’efficacia della chemioterapia e ad una gestione specialistica multidisciplinare.
Inoltre, l’indagine aiuta a capire quanto questi tumori si differenzino da quelli epiteliali dell’ovaio, per i quali negli ultimi anni è stato evidenziato il valore dei farmaci inibitori di PARP. “Lo stesso non si può affermare per i MOGCT”, concludono le due dottoresse milanesi. “Queste neoplasie hanno caratteristiche differenti dal carcinoma ovarico epiteliale e richiedono una robusta esperienza clinica. Proprio perché i casi sono pochi, e distribuiti in diversi centri, serve l’impegno a costruire reti collaborative per raccogliere dati solidi, che portino nuovi spunti per la ricerca scientifica, da cui trarre soluzioni utili a migliorare la cura delle pazienti”.