Dopo avere donato alla sorella il tempo per laurearsi, Chiara Previtera porta a termine il proprio percorso di studi. Ma questa non è la seconda parte di una storia: è il racconto di una famiglia che, da otto anni, continua a scegliere la vita.
di Grazia Micarelli
La canzone preferita di Chiara Previtera è Ragazza magica di Jovanotti. Non è difficile capire perché.
C’è una ragazza che lancia il mondo in aria e riesce ogni volta a riprenderlo. Chiara quel mondo lo tiene in equilibrio dal 2018, da quando la SLA è entrata nella vita di sua madre Rosa e ha cambiato tempi, ruoli, distanze, perfino il significato delle giornate.
Lo ha sorretto quando Benedetta, sua sorella minore, è partita da Palmi per studiare Economia aziendale all’Università della Calabria. Qualcuno doveva restare accanto alla mamma insieme al padre Luciano. Chiara è rimasta.
Non “al posto” di Benedetta. Per Benedetta.
Il tempo donato
Nel maggio scorso, laureandosi con 110 e lode, la sorella le aveva dedicato parole capaci di attraversare il Paese:
«A mia sorella Chiara, per avermi donato il bene più prezioso che, a volte, la vita tende a negare: il tempo»
Benedetta Previtera
Era vero. Chiara le aveva donato il tempo di partire, studiare e laurearsi nei tre anni previsti. Ma dentro quella frase si nascondeva una domanda che forse nessuno aveva avuto il coraggio di pronunciare: che cosa sarebbe accaduto, intanto, al tempo di Chiara?
La risposta è arrivata il 20 luglio.
Chiara Previtera si è laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina, discutendo una tesi sul valore simbolico della rosa nella letteratura inglese.
Si è laureata con la corona d’alloro sul capo, il sorriso largo e un tatuaggio sul braccio che sembra custodire qualcosa della sua storia. Poi è tornata a casa. Da Rosa.
Nelle fotografie sono di nuovo tutti insieme: Chiara, Benedetta, Gaetano, papà Luciano e la loro mamma. La torta, i fiori, l’alloro, una maschera per la ventilazione e cinque volti che non chiedono di essere ammirati. Chiedono, semmai, di essere guardati fino in fondo.
Non sacrificio e riscatto. Vita.
Perché questa non è la storia di una figlia che si è sacrificata e, dopo molte rinunce, ha ottenuto la sua ricompensa. Sarebbe una lettura comoda. E profondamente ingiusta.
È la storia di una giovane donna che si è presa cura di sua madre senza smettere di essere figlia, sorella, studentessa, persona. Che ha rallentato, ma non si è fermata. Che ha permesso a Benedetta di raggiungere il proprio traguardo e ha continuato, ostinatamente, a costruire anche il suo.
Il tempo donato per amore non è necessariamente tempo perduto. Ma non può neppure essere dato per scontato.
Qui la storia privata diventa una domanda pubblica. Chiara è eccezionale. Ma la sua eccezionalità non può assolvere una società che affida alle famiglie — e spesso alle figlie — una responsabilità enorme. Celebrare ciò che questa famiglia ha costruito significa anche domandarsi quanti progetti di vita restino invisibili perché la cura continua a essere considerata una faccenda privata.
Una famiglia non dovrebbe essere lasciata sola a scegliere chi parte e chi resta, chi studia e chi aspetta, chi può immaginare il domani e chi deve rinviarlo. La cura è amore, ma è anche tempo, competenza, servizi, responsabilità collettiva. Riconoscerlo non toglie nulla alla grandezza di Chiara. Le restituisce, invece, la sua verità: non un’eroina necessaria, ma una giovane donna che aveva diritto a continuare a essere anche sé stessa.
Una famiglia dentro lo stesso traguardo
Qualche mese fa Benedetta aveva detto che sua madre continua a vivere anche attraverso i figli. Non perché la loro vita abbia sostituito la sua, ma perché Rosa continua a essere madre: parla con loro attraverso il computer, li accompagna, si preoccupa, raccomanda un giubbotto quando fa freddo e prudenza quando si mettono alla guida. La SLA ha cambiato il modo in cui questa famiglia abita il mondo. Non ha cancellato nessuno dei suoi legami.
Ora le due dediche si guardano.
Benedetta ringrazia Chiara per averle donato il tempo.
Chiara porta la propria laurea a Rosa e alla famiglia che quel tempo lo ha custodito insieme a lei.
Non c’è una sorella che vince e una che rinuncia. Non c’è un prima dedicato agli altri e un dopo finalmente riservato a sé stessa. C’è una famiglia che, davanti a una malattia capace di sottrarre movimento, voce e respiro, ha continuato a far circolare il tempo: dall’una all’altra, dai figli alla madre, dalla madre ai figli.
Forse è questo che fanno le ragazze magiche.
Non salvano il mondo da sole. Non fingono che il peso non esista. Lo lanciano in aria per il tempo necessario a cambiare presa. E quando sembra sul punto di cadere, trovano altre mani con cui riprenderlo.
Chiara, il 20 luglio, ha ripreso al volo anche il proprio futuro.
E nella stessa fotografia c’erano tutti coloro che, in questi otto anni, non avevano mai smesso di tenerlo con lei.