10 Agosto 2026 – Il caso di Amendolara, in provincia di Cosenza, dove lo scorso giugno quattro lavoratori immigrati hanno perso la vita in circostanze dolose, non è un fatto isolato, ma il segnale di un problema molto più ampio: lo sfruttamento del lavoro migrante e il ritorno a forme di schiavitù, discriminazione e marginalizzazione.
Sono molti i lavoratori immigrati – dall’edilizia all’agricoltura, dal manifatturiero all’assistenza alla persona – che ogni giorno subiscono condizioni di sfruttamento, intrappolati in meccanismi di caporalato che negano la loro dignità e mettono in discussione diritti fondamentali: dalla salute alla libertà di espressione, fino alla stessa possibilità di condurre una vita dignitosa.
Questa realtà produce ripercussioni profonde e spesso invisibili sul piano psicologico, un tema ancora poco affrontato sia nelle imprese che nel dibattito pubblico. Episodi come quello di Amendolara, o come il caso dell’operaio del cantiere del consolato degli Stati Uniti a Milano, insieme alle tante situazioni quotidiane di sfruttamento occupazionale, incidono sul vissuto di chi, mettendo a rischio la propria incolumità, convive con ansia, precarietà esistenziale, disturbi post-traumatici e depressione.
Tutto questo alimenta, in non poche di queste persone, una crescente sfiducia nella capacità del nostro ordinamento di assicurare protezione e rispetto della persona.
Lavoro e centralità della dignità umana
Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, vedendo nel lavoro un’esigenza inscritta nella condizione umana necessaria alla realizzazione personale, lo definisce «luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità». Di qui l’importanza per le imprese di perseguire il bene comune e non la massimizzazione del profitto: in una dimensione sociale d’impresa, l’unico fine autentico è la centralità dignitosa della persona umana e il raggiungimento del suo benessere integrale. Quando un’occupazione perde questi connotati, smette di chiamarsi lavoro e comincia a definirsi schiavitù.
In questo solco, tra il 2025 e l’inizio del 2026, il Centro studi e ricerche della Confederazione nazionale artigiani e piccoli imprenditori (Co.n.a.p.i. nazionale) ha condotto una prima rilevazione esplorativa su un campione di 23 piccole imprese, partendo dal presupposto che il benessere dei lavoratori non sia un costo da sostenere, bensì una scelta organizzativa e strategica.
I risultati indicano che il 71,4% dei rispondenti considera la conciliazione vita-lavoro una priorità fondamentale, seguita dalla salute psicologica e dalla gestione dello stress. Questo dato suggerisce che, anche nelle imprese di piccola dimensione, il benessere venga progressivamente interpretato come un equilibrio concreto tra performance produttive, gestione dei tempi di vita, responsabilità familiari e stabilità emotiva nel contesto lavorativo.
Benessere integrale e lavoratori stranieri
Nel 2026 il Centro Studi della Co.n.a.p.i. nazionale ha pubblicato un nuovo questionario – coinvolgendo diversi partner, anche del mondo della formazione professionale – con l’obiettivo di comprendere se e in quale misura il benessere integrale dei lavoratori rappresenti una leva strategica per le micro, piccole e medie imprese: quelle realtà cioè che, per i costi che comporta, sono spesso le prime a sacrificarne la dimensione psico-fisica.
Tra le domande figura per la prima volta un quesito dedicato alla composizione multiculturale della forza lavoro: non una semplice rilevazione statistica, ma un’esplorazione delle pratiche adottate per garantire inclusione, sicurezza e accesso al welfare ai lavoratori stranieri. Si tratta, dunque, di una dimensione che arricchisce significativamente il perimetro dell’indagine rispetto alla rilevazione esplorativa del 2025.
È ormai noto che, a fronte del calo demografico e della crescente difficoltà a reperire personale in settori strategici – logistica, agricoltura, sanità, edilizia e servizi alla persona – i lavoratori immigrati rappresentano una componente essenziale per sostenere il mercato del lavoro italiano.
Secondo le stime Istat, al 1° gennaio 2026 in Italia «risiedono
5.559.527 cittadini stranieri, in aumento di 188.276 unità, con un tasso di occupazione di circa il 66,2%. Di questi, secondo le banche dati Inps, 2,7 milioni lavorano in settori non agricoli (con una retribuzione media annua di 18.800 euro), 314 mila nell’agricoltura (circa 9.700 euro di media all’anno) e quasi 500 mila come lavoratori domestici (circa 9.800 euro).
A questi si aggiungono i molti lavoratori irregolari, fuori da ogni rilevazione, che talvolta percepiscono salari inferiori ai 2 euro l’ora, in condizioni di lavoro insicure e disumane, che rappresentano una radicale negazione della centralità della persona lavoratrice. Questo accade soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura.
La vulnerabilità psicosociale
Quella economica, tuttavia, non è l’unica dimensione di vulnerabilità che grava sui lavoratori immigrati. La letteratura evidenzia una specifica esposizione ai rischi psicosociali, legata a fattori strutturali quali la precarietà occupazionale, la scarsa mobilità professionale, le barriere linguistiche e le difficoltà di accesso ai servizi di tutela.
Sono ancora molti gli immigrati che vivono in alloggi sovraffollati e in condizioni igienico-sanitarie carenti, con una esposizione continuativa a rischi per la propria salute. A questi fattori si aggiunge la discriminazione – razziale, religiosa o etnica – spesso amplificata dalle relazioni interne tra connazionali che alimentano forme di caporalato gerarchicamente organizzato. L’intreccio di queste condizioni produce un terreno fertile per l’insorgenza di disagi di salute mentale, dallo stress cronico ai disturbi depressivi e post-traumatici.
Secondo uno studio dell’Inmp (Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà), condotto in collaborazione con Istat, su un campione di 12.408 immigrati regolarmente residenti in Italia, «il 15,8% ha riferito di essere stato discriminato sul luogo di lavoro in quanto straniero, il 44,4% ha riferito un basso livello di soddisfazione per la propria vita in generale e il 16,3% ha dichiarato di sentirsi solo».
Un quadro che si riflette in vissuti diffusi di solitudine, insicurezza esistenziale, sfiducia nelle istituzioni e, nei casi più gravi, in esiti comportamentali difficili, fino a spinte verso atti di violenza o tentativi di suicidio.
Impresa come spazio di promozione umana e integrazione
Per queste ragioni, anche attraverso l’indagine 2026, il Centro studi e ricerche della Co.n.a.p.i. nazionale si interroga su quanto l’impresa possa essere – oltre che luogo di produzione – spazio di promozione umana e integrazione.
La ricerca documenta che la discriminazione nei luoghi di lavoro è un fattore di rischio diretto per la salute mentale dei lavoratori, soprattutto quelli immigrati: non un dato marginale, ma una responsabilità organizzativa concreta.
La risposta non può essere perciò soltanto normativa, ma risiede in una visione sociale d’impresa che restituisce al lavoro il suo significato più profondo: valorizzare la persona, tutelarne la dignità, promuoverne il benessere integrale.
Siamo convinti che un’impresa autenticamente responsabile non si limiti ad adempiere obblighi, ma scelga di essere – per ciascun lavoratore, nativo o straniero – un luogo in cui la vita vale la pena di essere vissuta e il lavoro diventa lo strumento per elevarla, così come insegnava Giorgio La Pira. (Antonio Zizza | “Migranti Press” 6 2026)