Sole, ma non isolate: com'è cambiato il viaggiare in solitaria al femminile nel corso degli anni - Le avventure di Anna Pernice - Travel Fashion Tips

Compatibilità
Salva(0)
Condividi

La prima volta che sono partita da sola, mi hanno guardata come se avessi annunciato qualcosa di rischioso, quasi imprudente. Erano gli anni in cui viaggiare senza un compagno, un’amica, un gruppo, veniva letto come una mancanza — di compagnia, di prudenza, a volte persino di buonsenso. Oggi, più di dieci anni e altrettanti paesi dopo, quella stessa scelta è diventata un settore economico da centinaia di miliardi di euro, un hashtag da miliardi di visualizzazioni, e — soprattutto — un terreno su cui si misura quanto sia realmente cambiato, o non cambiato, il modo in cui il mondo guarda alle donne che si muovono senza chiedere permesso a nessuno.

Ricordo ancora la sensazione precisa di quella prima valigia chiusa da sola: non paura, ma un’euforia sottile mescolata al dubbio — quello che provi quando stai per fare qualcosa che nessuno intorno a te ha davvero incoraggiato, ma nemmeno impedito del tutto. Negli anni quella sensazione non è mai sparita del tutto, si è solo trasformata: da atto quasi clandestino a gesto sempre più naturale, anche se mai completamente esente da sguardi, domande, piccoli giudizi non detti. Ho imparato a riconoscere la differenza tra chi mi chiedeva “non hai paura?” per curiosità genuina e chi lo chiedeva per dirmi, in modo elegante, che non avrei dovuto. E ho imparato, soprattutto, che quella domanda — la stessa, quasi parola per parola — me la sento rivolgere ancora oggi, in paesi diversi, da persone diverse, con un’intensità che cambia moltissimo a seconda di dove mi trovo. È stata proprio questa oscillazione, tra un mondo che sembra avermi normalizzata e uno che continua a guardarmi come un’eccezione, a farmi venire voglia di andare oltre il mio taccuino personale e chiedere ad altre donne se riconoscessero la stessa sensazione.

Per raccontare questo cambiamento non mi sono fidata solo della mia esperienza di solo traveler da ormai più di 13 anni, né solo dei numeri. Ho intervistato cinque viaggiatrici solitarie di cinque nazionalità diverse: Anna Carvalho, brasiliana, da tredici anni residente in Turchia; Suzai Sizzling, malese, ex ingegnera diventata nomade digitale; Fran Opazo, cilena che oggi vive a Madrid, in Spagna, fondatrice del blog La Vida Nomade; Francesca Di Pietro, italiana, fondatrice del blog Viaggiare da Soli; Diana Bancale, italiana trasferitasi a Tenerife, fondatrice del blog In Viaggio da Sola.

Ho posto a tutte le stesse cinque domande, per capire non solo come ciascuna di loro vive il viaggio in solitaria, ma come le loro risposte, messe a confronto, disegnino la mappa di un cambiamento che avanza a velocità diverse a seconda di dove si nasce.

Il primo viaggio: uno stupore quasi identico, in epoche diverse

Le cinque partenze raccontate sono lontanissime nel tempo — dal 2004 di Francesca Di Pietro ai due decenni abbondanti di Diana Bancale, fino al 2023 post-pandemia di Suzai Sizzling — eppure la reazione di chi le circondava converge quasi ovunque verso lo stesso registro: stupore, preoccupazione, il bisogno implicito di giustificare una scelta che veniva letta come anomalia.

Diana Bancale ricorda che le si chiedeva “perché volessi partire da sola, se non avessi paura o se non avessi trovato nessuno disposto a venire con me“, tanto che le sembrava “quasi necessario spiegare che non si trattava di un ripiego, ma di una scelta”. Fran Opazo, che ha iniziato nel 2009, racconta reazioni più dure: “Molte persone mi dicevano che ero pazza, che era pericoloso, che una donna non dovrebbe viaggiare da sola.” Anche Anna Carvalho, poco più che ventenne alla sua prima partenza, descrive una famiglia preoccupata per la sicurezza, incapace di capire la scelta.

Suzai Sizzling porta la reazione più diretta e più contemporanea: nel suo caso lo scontro non riguardava tanto il viaggiare da sola in sé, quanto la decisione di lasciare un lavoro da ingegnere per farne uno stile di vita — “mia madre non era per niente contenta, ed è ancora dispiaciuta”. Solo Francesca Di Pietro descrive una reazione più mite: “Erano stupite, magari preoccupate, mi hanno riempito di raccomandazioni, ma nessuno mi ha mai spinto a non farlo” — un dettaglio che, messo a confronto con le altre quattro testimonianze, suggerisce quanto anche all’interno di uno stesso paese la soglia di allarme sociale possa variare da famiglia a famiglia.

Cosa è cambiato: da “non hai paura?” a “come faccio anch’io?”

È sulla seconda domanda che le cinque storie iniziano a divergere in modo più netto, rivelando velocità di cambiamento diverse.

Per Fran Opazo il cambiamento è netto e si misura nel linguaggio stesso di chi la circonda: “Allora la domanda era: ‘Non hai paura?’. Oggi è di solito: ‘Come posso farlo anch’io?‘.” Diana Bancale osserva lo stesso slittamento dal proprio osservatorio di blogger: oggi riceve “messaggi di donne di età diverse che stanno organizzando il loro primo viaggio da sole”, mentre un tempo doveva spiegare da zero perché una donna potesse desiderarlo. Anche Suzai Sizzling registra un’evoluzione, sebbene più lenta e più intima: la sua cerchia si sta “piano piano” abituando alla sua scelta di vita, non perché sia diventata comune in Malesia, ma “perché non conoscono nessun’altra persona che faccia lo stesso” — la normalizzazione qui è individuale, non ancora sociale.

Anna Carvalho è la voce che più esplicitamente mette in tensione due contesti diversi: normalizzazione “sempre più comune e socialmente accettata” in Brasile e in gran parte d’Europa, contro una Turchia dove viaggiare da sole “resta meno comune” e continua a generare curiosità, anche se non più giudizio aperto. Francesca Di Pietro, dal canto suo, introduce una sfumatura critica che nessun’altra intervistata solleva: secondo lei la maggiore accettazione sociale nasconde spesso un pregiudizio più sottile, per cui viaggiare da sole viene interpretato “come una scelta contingente perché non si hanno alternative“, raramente come una preferenza consapevole — e nota, con una punta di amarezza, che oggi si etichetta come “viaggio in solitaria” anche la partecipazione a viaggi di gruppo organizzati con sconosciuti, svuotando in parte il significato originario della scelta.

Alla richiesta di un episodio che racconti bene questo cambiamento, le risposte si dividono in due categorie: chi lo individua in un incontro sul campo, e chi lo individua nel proprio telefono.

Anna Carvalho e Suzai Sizzling scelgono un incontro fisico: per Anna è stato imbattersi in altre viaggiatrici solitarie durante un’attività di gruppo, scambiarsi consigli e restare in contatto — “mi ha ricordato che il viaggio in solitaria non significa più essere isolate“; per Suzai è stato completare due mesi di backpacking in India, dopo i quali il suo entourage ha smesso di mettere in discussione la scelta e ha iniziato ad aspettare con curiosità la tappa successiva.

Fran Opazo e Diana Bancale, che oggi hanno entrambe un pubblico online costruito attorno al racconto dei propri viaggi, individuano invece il cambiamento nei messaggi che ricevono: Fran nota di essere passata dal ricevere “avvertimenti su ogni possibile pericolo” a ricevere “messaggi di donne che mi raccontano di aver finalmente trovato il coraggio” di partire; Diana osserva che le donne che oggi le scrivono danno “già per scontato” che il viaggio in solitaria sia possibile, e cercano solo informazioni pratiche — un salto, rispetto a quando doveva ancora giustificarne la legittimità.

Francesca Di Pietro, ancora una volta, offre il controcanto più asciutto: il suo episodio-simbolo è un’assenza — la sparizione delle domande sul “perché nessuno ti volesse accompagnare” che riceveva regolarmente nel 2004, e che oggi “difficilmente” si sente ancora rivolgere.

Le strategie di sopravvivenza: un manuale non scritto, quasi identico ovunque

Se sul piano culturale le cinque testimonianze divergono, sul piano pratico convergono con una precisione sorprendente.

Tutte e cinque, indipendentemente da nazionalità e destinazione, citano almeno tre delle stesse quattro strategie:

  1. Condividere la posizione o l’itinerario con una persona di fiducia (Anna, Diana),
  2. Avere sempre una connessione internet funzionante (Suzai, Francesca, Fran),
  3. Studiare in anticipo quartieri e zone da evitare (tutte e cinque, in forme diverse)
  4. E affidarsi all’istinto più che alla paura (Francesca: “se una zona ti dà una brutta sensazione, vai via”; Diana: “sicurezza e libertà non devono essere necessariamente in contrapposizione”).

Alcuni dettagli restano invece specifici del singolo contesto: Anna Carvalho adatta l’abbigliamento nei paesi a cultura più conservatrice; Suzai Sizzling predilige gli ostelli, dove trova sia sicurezza sia community; Fran Opazo non si separa mai da un power bank, perché “avere il telefono carico è essenziale”; Diana Bancale utilizza sistematicamente taxi o servizi di trasporto tracciabili via app.

È la prova che il “manuale non scritto” della sicurezza femminile in viaggio si costruisce sì per esperienza individuale, ma converge ovunque verso gli stessi principi di base.

Le differenze regionali: cinque prospettive, nessuna generalizzazione facile

È sull’ultima domanda — cosa renda la propria esperienza diversa da quella di una donna europea, o non europea — che le cinque voci offrono il contributo più originale all’inchiesta, e anche il più difficile da ricondurre a una sintesi unica.

Anna Carvalho traccia una linea netta tra Brasile ed Europa da un lato, dove il viaggio in solitaria “raramente” viene messo in discussione, e la Turchia dall’altro, dove resta “relativamente insolito nella cultura locale” — pur specificando che, alla fine, “la sicurezza personale, la preparazione e la consapevolezza culturale contano molto più della nazionalità”. Suzai Sizzling conferma la stessa distanza vista dalla Malesia, ma aggiunge una notazione che nessun’altra intervistata offre: nell’incontro diretto con viaggiatrici europee, la distanza culturale percepita da lontano si dissolve quasi del tutto — “non vedo nessuna vera differenza […] condividiamo la stessa visione della vita, dell’amore e della carriera”.

Fran Opazo sposta l’analisi su un piano diverso, quello dell’apprendimento precoce alla sicurezza: le donne latinoamericane, dice, “crescono più consapevoli dell’insicurezza” e sviluppano “quasi automaticamente” abitudini protettive, mentre in Europa — a seconda del paese — si cresce spesso sentendosi più sicure negli spazi pubblici; ma aggiunge un avvertimento contro le scorciatoie mentali, notando come la percezione del Cile come paese pericoloso sia in parte un effetto mediatico più che un dato reale.

Francesca Di Pietro individua invece la propria differenza non tra continenti, ma all’interno dell’Europa stessa: un “retaggio cattolico” che, a suo giudizio, continua a colorare il viaggio in solitaria femminile di un’ombra di giudizio morale nei paesi latini del Mediterraneo, assente più a nord. Diana Bancale, infine, è l’unica a mettere in guardia esplicitamente contro la generalizzazione come metodo: ricorda i propri “privilegi” di passaporto europeo e libertà di movimento nell’Unione Europea, ma rifiuta l’idea di un’unica “esperienza delle donne non europee” — “una donna australiana, indiana, statunitense, marocchina o giapponese può avere esperienze completamente diverse” — per poi individuare, come unico vero denominatore comune tra tutte le viaggiatrici, il valore della libertà di scelta.

Da anomalia a mercato: i numeri di una rivoluzione silenziosa

Le cinque testimonianze raccolte non sono un’eccezione: sono cinque punti di un fenomeno che i dati confermano su scala globale. Fino a pochi anni fa, chi viaggiava da sola veniva raccontata quasi sempre attraverso la lente del rischio. Oggi i dati raccontano un’altra storia. Il mercato globale del turismo in solitaria è passato da circa 550 miliardi di dollari nel 2025 a un valore stimato superiore ai 600 miliardi nel 2026, con proiezioni che superano il trilione di dollari entro il 2033 (fonte: Grand View Research, “Solo Travel Market Size, Share & Trends Report, 2026-2033”) — e le donne rappresentano oggi più della metà del fatturato di questo settore, con stime che vanno dal 54,6% a, secondo alcune analisi di mercato più ampie, fino all’80% dei viaggiatori solitari globali, a seconda della metodologia di rilevazione (fonti: Grand View Research; Astute Analytica, citata in Vogo Travel Trends, 2026).

Non è solo una questione di volumi. È cambiata la motivazione dichiarata: la libertà e la flessibilità restano la ragione principale per l’87% delle donne che scelgono di partire da sole, seguite dal bisogno di prendersi cura di sé (78%) e dal desiderio di mettersi alla prova (fonte: Grand View Research, 2026) — esattamente i termini in cui Diana Bancale descrive la propria scelta. È cambiato anche il linguaggio: le ricerche online legate al “viaggiare da sola al femminile” sono cresciute di circa cinque volte rispetto ai livelli pre-pandemia (fonte: Solo Female Travelers Club, “2026 Solo Female Travel Trends and Statistics” ), trainata da una generazione, la Gen Z, che mostra un interesse superiore al 58% per il viaggio in solitaria all’estero (fonte: Topologica, “Solo Travel Boom 2026”).

Ma c’è un dato che, da giornalista prima ancora che da viaggiatrice, mi interessa più di tutti — e che le cinque interviste confermano riga per riga: la sicurezza personale resta, ancora oggi, la prima preoccupazione dichiarata dal 68% di chi viaggia sola, appaiata al 68% che segnala il costo più alto di un viaggio non condiviso (fonte: Solo Female Travelers, “2026 Solo Female Travel Trends Survey”, citata in Food & Drink Life, maggio 2026 ). Il progresso, insomma, non ha cancellato il problema. Lo ha reso più visibile, e ha costretto il mercato — e le donne stesse, come mostrano le mie cinque intervistate — a inventare risposte proprie.

La risposta nata dal basso: le reti di donne che si proteggono a vicenda

È qui che entra in gioco quella che considero la vera notizia di questo cambiamento: non tanto l’aumento dei numeri, quanto la nascita di un intero ecosistema — community online, gruppi di viaggio esclusivamente femminili, app di sicurezza, cooperative di guide donne — costruito da donne per rispondere a un vuoto che le istituzioni turistiche tradizionali non avevano colmato. Non è un caso che tre delle cinque intervistate — Anna, Suzai e Diana — abbiano trovato proprio in queste reti, formali o informali, uno dei pilastri della propria sicurezza percepita.

Negli ultimi anni sono cresciuti in modo esponenziale i viaggi organizzati in gruppi di sole donne: secondo le rilevazioni più recenti, il 20% delle viaggi

Recapiti
Anna Pernice