Angioedema ereditario: troppi pazienti convivono ancora con una malattia poco controllata

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Un’indagine internazionale evidenzia il significativo impatto della patologia sulla qualità della vita e un quadro disomogeneo nell’accesso alle terapie di profilassi raccomandate

Chi convive con l’angioedema ereditario (HAE) sa bene che la malattia non si fa sentire solo durante gli attacchi di gonfiore. A influire sulla qualità della vita è anche ciò che accade tra un episodio e l’altro: la paura di nuove crisi, l’incertezza legata alla loro imprevedibilità e quel senso di vergogna che la malattia, soprattutto quando determina attacchi visibili agli altri, può talvolta portare con sé.

Una dimensione, questa, che emerge con forza da una vasta indagine internazionale pubblicata sull’Orphanet Journal of Rare Diseases. Lo studio, condotto in 13 Paesi e basato sulle risposte di 260 adulti affetti da angioedema ereditario, mostra come molti pazienti continuino a convivere con una malattia poco controllata, caratterizzata da attacchi frequenti e un impatto significativo sulla qualità di vita, sul lavoro e sul benessere psicologico.

UNA MALATTIA IMPREVEDIBILE

L’angioedema ereditario (HAE) è una malattia genetica rara caratterizzata da episodi ricorrenti e imprevedibili di gonfiore (edema) che possono interessare la cute, il tratto gastrointestinale e le vie aeree superiori. Nella maggior parte dei casi l’HAE è dovuto a un deficit quantitativo o funzionale dell’inibitore della C1 esterasi (C1-INH), ma esistono forme più rare associate a livelli normali di questa proteina.

L’esordio della malattia avviene spesso durante l’infanzia o l’adolescenza, ma gli attacchi possono comparire a qualsiasi età e manifestarsi improvvisamente con gonfiore agli arti, al volto o ai genitali, oppure con sintomi gastrointestinali quali dolore addominale severo, nausea, vomito e diarrea. Particolarmente temuti sono gli attacchi che interessano la laringe, potenzialmente in grado di provocare asfissia e considerati la più grave emergenza correlata all’HAE.

UNA FOTOGRAFIA INTERNAZIONALE DELL’ANGIOEDEMA EREDITARIO

L’indagine pubblicata sull’Orphanet Journal of Rare Diseases è stata realizzata tra il 2022 e il 2023 in Argentina, Brasile, Colombia, Croazia, Danimarca, Germania, Ungheria, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania e Svezia. Per essere inclusi nello studio, i partecipanti dovevano avere una diagnosi di angioedema ereditario, aver sperimentato almeno un attacco o sintomi prodromici negli ultimi dodici mesi e aver ricevuto un trattamento per la malattia nei due anni precedenti.

Dai risultati emerge che l’età media dei partecipanti è di 43,3 anni, circa tre quarti sono donne e quasi il 90% presenta una forma di HAE associata al deficit di C1-INH. Inoltre, il 78,5% riferisce una storia familiare positiva per la malattia.

L’esordio dei sintomi avviene generalmente durante la prima adolescenza, mentre la diagnosi arriva mediamente intorno ai 24 anni di età, con un ritardo diagnostico medio di oltre 12 anni. Un dato, questo, che appare ancor più preoccupante se si considera che, tra coloro che hanno risposto alla domanda relativa alla familiarità per l’HAE, il 38,3% riferisce almeno un decesso in famiglia per soffocamento conseguente a un attacco di angioedema.

ATTACCHI ANCORA TROPPO FREQUENTI

I dati raccolti nell’ambito dello studio delineano il quadro di una malattia ancora tutt’altro che sotto controllo. Nei sei mesi precedenti all’indagine, i partecipanti hanno sperimentato in media 11,5 attacchi (circa un episodio ogni due settimane), mentre il 68,5% riferisce che l’ultima crisi si è verificata nel mese precedente alla partecipazione allo studio.

Nella maggior parte dei casi l’attacco di HAE più recente viene descritto come moderato (46,7%) o severo (26,8%). L’addome è tra le sedi più frequentemente interessate, seguito dagli arti, mentre il coinvolgimento della gola o della laringe riguarda il 7,8% dei partecipanti. Tra i sintomi riportati più spesso figurano dolore addominale (49,4% dei pazienti), edema agli arti (47,9%), gonfiore all’addome (47,1%) e una marcata sensazione di stanchezza (38,9%).

UN ACCESSO DISOMOGENEO AL TRATTAMENTO DI PROFILASSI

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda l’accesso alla terapia di profilassi a lungo termine. Sebbene il 58,8% dei partecipanti abbia dichiarato di assumere una terapia preventiva, soltanto il 36,6% di questi utilizza uno dei trattamenti considerati la prima scelta dalle linee guida internazionali, ossia concentrati di C1-INH, lanadelumab o berotralstat.

I ricercatori evidenziano marcate differenze tra i Paesi coinvolti nell’indagine. Se in Danimarca, Germania, Norvegia e Svezia le profilassi più moderne, a base di lanadelumab e berotralstat, risultano ampiamente utilizzate, in altri contesti continuano ad essere impiegati soprattutto farmaci più datati. In Brasile, ad esempio, oltre la metà dei pazienti in profilassi utilizza l’oxandrolone e quasi un quinto il danazolo, entrambi androgeni oggi considerati opzioni di seconda linea a causa del loro scarso profilo di sicurezza. In Portogallo il 91,7% dei partecipanti in trattamento preventivo assume danazolo, mentre in Colombia, Irlanda, Ungheria e Croazia gli androgeni o l’acido tranexamico rappresentano ancora le opzioni terapeutiche più frequentemente utilizzate. Secondo gli autori, questa disomogeneità può dipendere da differenze nei meccanismi nazionali di rimborso, nelle politiche sulla regolamentazione dei farmaci e nella disponibilità delle varie terapie nei sistemi sanitari dei diversi Paesi.

IL PESO DELL’INCERTEZZA

Per valutare l’impatto dell’HAE sulla vita quotidiana dei pazienti, i ricercatori hanno utilizzato diversi questionari validati, tra cui due test specifici, l’Angioedema Quality of Life (AE-QoL), per misurare gli effetti della patologia sulla quotidianità, e l’Angioedema Control Test (AECT), per valutare il grado di controllo della malattia.

Il punteggio medio ottenuto nel questionario Angioedema Quality of Life è risultato pari a circa 42,9 punti, con oltre la metà dei partecipanti (54,2%) che ha ottenuto un punteggio uguale o superiore a 44, valore soglia indicativo di una compromissione clinicamente rilevante della qualità della vita. A risultare maggiormente compromessa è la dimensione emotiva, con forti sentimenti di paura e vergogna, a conferma del considerevole impatto psicologico della malattia.

Il carico emotivo dell’HAE emerge anche dagli indicatori relativi alla salute mentale. Sebbene i punteggi medi per ansia e depressione si collochino complessivamente nella fascia da “normale” a “lieve”, il 26,5% dei partecipanti presenta livelli moderati o severi di ansia e il 10,4% di depressione. Non si tratta però di una tendenza uniforme all’interno della popolazione studiata. I risultati, infatti, mostrano una chiara associazione tra il carico emotivo dell’angioedema ereditario e la frequenza degli attacchi: all’aumentare delle crisi peggiora il benessere psicologico dei pazienti.

Una conferma di questa dinamica emerge dagli strumenti utilizzati per valutare quanto l’HAE sia adeguatamente gestito. I dati che misurano il “controllo della patologia”, infatti, mostrano risultati insoddisfacenti: il punteggio medio (7,4) si colloca ben al di sotto del valore 10, che identifica un angioedema ereditario ben stabilizzato. Non sorprende, quindi, che tre partecipanti su quattro rientrino nella categoria di “scarso controllo della malattia” e che più del 40% dichiari che l’imprevedibilità degli attacchi rappresenta un problema importante nella vita quotidiana.

Le conseguenze dell’impatto fisico ed emotivo dell’HAE si riflettono inevitabilmente anche sulla vita lavorativa. In media, i partecipanti riportano una perdita complessiva di produttività pari al 26,9%, mentre la compromissione delle attività quotidiane raggiunge il 32,2%. Ancora una volta emerge una chiara relazione con la frequenza degli attacchi di gonfiore: i pazienti che sperimentano un numero maggiore di episodi riportano livelli progressivamente più elevati di assenteismo, riduzione della produttività e limitazione nelle attività di tutti i giorni.

LA PRIORITÀ: MIGLIORARE L’ACCESSO ALLE CURE

Nel complesso, lo studio conferma che l’impatto generale dell’angioedema ereditario non può essere misurato esclusivamente contando il numero degli attacchi di gonfiore. I risultati dell’indagine restituiscono tutta la complessità di una condizione che influenza a 360 gradi la vita delle persone che ne sono affette. Da qui la necessità di migliorare l’accesso alle moderne terapie di profilassi e di perseguire l’obiettivo che le attuali linee guida internazionali sull’HAE indicano chiaramente: non basta ridurre il numero delle crisi ma è fondamentale raggiungere un controllo della malattia tale da minimizzarne l’impatto sulla qualità di vita dei pazienti.

Recapiti
info@osservatoriomalattierare.it (Giulia Virtù)