Alcune testate filogovernative hanno gridato allo scandalo, pubblicando documenti aziendali interni con modalità polemiche e prive della necessaria attenzione, attribuendo compensi ai giornalisti ignorando (volutamente) che si trattava di budget relativi al costo totale dei servizi (spese di trasferta, riprese, montaggio e produzione, ecc.). Un tipico caso di “trasparenza selettiva” ovvero di “trasparenza a metà”, con dati parziali e strumentali a tesi preconcette. Questa non è “informazione”, ma “deformazione”.
La questione merita di essere inserita nell’ambito di una sana quanto rara critica complessiva al
Nel linguaggio anglosassone il termine che risponde a questa esigenza è “accountability” ed è riferito al diritto degli “stakeholder” – in questo caso intesi come cittadini (contribuenti) – di conoscere come lo Stato spende il danaro pubblico. “Trasparenza” significa mettere i dati a disposizione. “Accountability” significa essere obbligati a renderne conto: spiegare perché si è speso, con quali risultati, secondo quali indicatori e con quale rapporto tra costi e benefici.
Ciò deve avvenire attraverso strumenti conoscitivi come il “bilancio sociale” e le “valutazioni di impatto”: sulla carta ciò spesso avviene, anche in Italia, ma in forma blanda ed edulcorata, e clandestinamente. Basti pensare che la Rai
Entrambi i soggetti ritengono di avere così la coscienza a posto. Perché sulla carta (sulla carta soltanto, appunto!) rispettano la regola essenziale della “accountability”, ma di fatto aggirano lo spirito autentico che dovrebbe caratterizzarla, ovvero l’affidamento di questi report a soggetti terzi, indipendenti, autonomi rispetto al committente.
Di fatto, si tratta di un inganno della buona fede della cittadinanza. In altre parole,
Si estrapolano dati funzionali a tesi ideologiche. Una vera e propria manipolazione.
Da molti anni, il centro di ricerca indipendente che ho fondato nel 1992 – l’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult – ha coniato proprio la formula “trasparenza a metà”, per denunciare queste basse pratiche: dire e non dire, spiegare e non spiegare, dando dei numeri e omettendone altri… spesso con la complicità di società di consulenza compiacenti e finanche di università
Queste basse pratiche non riguardano naturalmente soltanto le industrie culturali e creative, ma anche settori non meno nevralgici del Paese come la sanità: in Italia continua purtroppo a prevalere una tendenza a non studiare seriamente gli effetti delle politiche pubbliche.
Nel sistema culturale queste dinamiche patologiche assumono una pericolosità particolare, perché riguardano i
Schiere di sociologi e giornalisti al servizio del Principe reggono il gioco, anche a livelli professionali insospettabili. Col governo di centro-destra la situazione è peggiorata, e non era granché positiva nemmeno ai tempi dei governi di centro-sinistra. Il punto, dunque, non è difendere “Report”, né attaccarlo. Il punto è pretendere dalla Rai per “Report” gli stessi dati, gli stessi indicatori e gli stessi criteri di valutazione utilizzati per qualsiasi altro programma; e pretendere dal Ministero della Cultura lo stesso rigore per ogni euro destinato al cinema e all’audiovisivo…
Fino a quando continuerà a prevalere questa (sotto)cultura della “trasparenza a metà”, anche la storica lezioni di Luigi Einaudi del “conoscere per deliberare” (titolo della celebre “Predica inutile” del 1956) resterà lettera morta. A distanza di 70 anni, una… “predica” purtroppo… “inutile”.