Il report “Implications of the potential EU ban on Brazilian meat and poultry” pubblicato da Rabobank delinea uno scenario di profonda riconfigurazione per i mercati dei prodotti di origine animale internazionali.
A partire dal 28 gennaio 2022, l’UE ha introdotto nuove e rigide norme sui medicinali veterinari per contrastare l’antimicrobico-resistenza. In base a tali regole, gli antimicrobici non devono essere utilizzati per promuovere la crescita o incrementare la produzione negli animali da allevamento e in altri animali destinati alla produzione alimentare.
L’evoluzione della normativa in Brasile
Storicamente, il Brasile ha adottato un approccio di divieto graduale rivolto a determinati antimicrobici. Nel 2020, sostanze come la tilosina, la lincomicina e la tiamulina – tipicamente impiegate negli allevamenti avicoli e suinicoli – sono state vietate come promotori di crescita, pur rimanendo consentito l’uso terapeutico di tali molecole.
Più di recente, ad aprile 2026, il Brasile ha introdotto un divieto totale su tutti gli antimicrobici usati per la promozione della crescita, inclusi la virginiamicina e diverse forme di bacitracina, concedendo al settore un periodo di transizione di 180 giorni e ulteriori 90 giorni per lo smaltimento delle scorte.
Sebbene negli ultimi anni l’allineamento tra la legislazione brasiliana e quella dell’UE sia aumentato, l’assenza in Brasile di un sistema nazionale di sorveglianza e monitoraggio sull’uso e sulle vendite di antimicrobici rende difficile dimostrare la piena conformità; un aspetto che è stato oggetto di continui confronti tra le autorità delle due parti negli ultimi anni. All’inizio di quest’anno, l’UE ha ulteriormente inasprito le restrizioni sulle importazioni di carne bovina brasiliana. A far data dal 31 gennaio 2026, le esportazioni sono state limitate a un elenco approvato di allevamenti che soddisfano criteri rigorosi e rispettano appieno i requisiti di importazione dell’UE.
Il rischio dello stop dal 3 settembre 2026 e l’impatto sul mercato europeo
A partire dal 3 settembre 2026, il Brasile rischia di essere soggetto a un divieto totale di esportazione di carne verso l’Unione Europea, a meno che non riesca a dimostrare la piena ed effettiva conformità dei propri sistemi produttivi agli standard comunitari. Considerato che il Paese sudamericano rappresenta attualmente circa il 25% delle importazioni totali dell’UE sia di carne avicola che di carne bovina, un’eventuale interruzione delle forniture avrebbe un impatto immediato e di estrema portata sull’intero equilibrio agroalimentare del continente.
La potenziale sospensione dei flussi commerciali dal Brasile determinerebbe una drastica contrazione dell’offerta complessiva nell’UE, innescando una forte pressione al rialzo sui prezzi di listino della carne bovina e avicola. Per compensare il deficit di prodotto, l’UE potrebbe incrementare gli approvvigionamenti da Paesi terzi alternativi, attingendo all’Ucraina, alla Thailandia e alla Cina per la carne avicola e ad Argentina, Uruguay e Australia per il settore bovino. Tuttavia, gli interventi di riallocazione dei flussi difficilmente riuscirebbero a compensare integralmente gli ingenti volumi storicamente garantiti dall’export brasiliano, lasciando il mercato comunitario in una condizione di temporanea tensione dell’offerta.
Le ripercussioni sulle filiere avicola e suinicola
Secondo quanto riportato da Rabobank, nel comparto avicolo, le ripercussioni di questo scenario si preannunciano particolarmente articolate sia sul fronte interno che su quello globale. La flessione della disponibilità di carne di pollame brasiliana nell’UE stimolerebbe la domanda di prodotto europeo, spingendo al rialzo le quotazioni interne ma offrendo al contempo una preziosa opportunità di valorizzazione per gli allevatori comunitari. Sul versante opposto, il Brasile si troverebbe nella necessità di reindirizzare ingenti volumi di export, specialmente per quanto riguarda il petto di pollo e i prodotti trasformati, verso mercati quali Regno Unito, Messico, Medio Oriente e diverse destinazioni asiatiche. Questa redistribuzione delle masse di prodotto provocherebbe un aumento della concorrenza sui mercati extra-UE, con una conseguente ed eccezionale spinta al ribasso dei prezzi in tali aree.
Per quanto riguarda la filiera suinicola, gli effetti indiretti dello stop alle importazioni brasiliane si legano strettamente alle dinamiche di sostituzione dei consumi e all’assestamento generale del paniere proteico. L’aumento dei costi delle carni avicole e bovine potrebbe orientare una quota crescente di consumatori e trasformatori verso la carne suina, la cui versatilità e competitività si confermano centrali per la stabilità della spesa alimentare. In questo contesto di forte volatilità internazionale, la tenuta produttiva del settore suinicolo europeo diventerà fondamentale per assorbire i trasferimenti di domanda e garantire continuità di approvvigionamento a prezzi sostenibili per le famiglie.
L’analisi svolta da Rabobank ribadisce con forza la necessità di garantire il principio di reciprocità nelle relazioni commerciali dell’Unione Europea. L’applicazione rigorosa dei parametri UE sul divieto di uso degli antimicrobici come promotori di crescita e sulla mitigazione dell’antibiotico-resistenza è imprescindibile per tutelare la salute pubblica e garantire condizioni di concorrenza leale.
Fonte: Rabobank