di Lorenzo Cinquepalmi
L’idea socialista ha due secoli, è nata prima del marxismo ed è ancora qui, dopo che la dottrina comunista, nella sua declinazione leninista, è stata superata. Eppure, per moltissime persone in occidente, soprattutto negli Stati Uniti, socialismo e comunismo sono stati e sono considerati sinonimi. Non son questi il luogo e il momento per rievocare il secolare conflitto a sinistra tra riformismo e massimalismo, tra socialdemocrazia e rivoluzionarismo, ma è proprio l’ampiezza della percezione di questa immensa diversità nella progettualità politica a sinistra a condizionare le sorti politiche del socialismo. L’equivoco dell’assimilazione tra socialismo democratico e quello che chiamavamo “socialismo reale” ha tenuto lontani dalla scelta socialista, per decenni, molti, moltissimi europei e americani. Se in Europa dagli anni sessanta del novecento si è affermato un socialismo di governo che ancora oggi contende il potere alla destra, anche se, da ultimo, con più difficoltà, negli Stati Uniti l’ostracismo pregiudiziale verso il sedicente “socialismo realizzato”, ovvero il comunismo, ha continuato per decenni, fino ai giorni nostri, a far considerare dalle masse la parola “socialista” come una parola proibita, una bestemmia, un insulto. Solo da qualche anno si è fatta strada, tra i democratici americani, una corrente eretica e impertinente che non teme di definirsi socialista e di mettere in discussione il feticcio del liberismo senza freni che è il vero tabù della società statunitense, per la quale essere di sinistra è sempre stato, al massimo, essere liberal. Per anni Bernie Sanders è rimasto confinato nel ruolo di tollerato esempio di un pluralismo più formale che sostanziale; la Ocasio-Cortez in quello del successore di Sanders. Poi arriva Mamdani, che vince l’elezione a sindaco di New York, la città più importante e più simbolica degli Usa, dichiarandosi socialista. E poi, Abdul el Sayed che conquista le primarie democratiche per l’elezione al seggio senatoriale del Michigan da socialista. Non è un fenomeno mediatico transitorio, magari attribuibile al carisma di questi leader, se è vero che negli States il 46% dei giovani tra i 18 e i 34 anni esprime un’opinione favorevole o molto favorevole verso il “socialismo democratico”, favore che tra generazione Z e millennials arriva a oscillare in una forchetta tra il 53% e il 62%. Il messaggio politico dei socialisti americani è incentrato sulla difesa delle libertà individuali e collettive, sulla conquista di nuovi diritti civili e sociali: un cambio di sistema in cui il welfare state e le politiche keynesiane tornano centrali per ricominciare, attraverso l’intervento pubblico nell’economia e nella società, a realizzare una maggiore giustizia sociale senza affidare la speranza del futuro solo a quel mercato che la sta tradendo. Un’idea di socialismo democratico che è laica e pluralista. Senza probabilmente conoscerle, i socialisti americani usano parole scritte quarant’anni fa: «il socialismo non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia… riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore…ha un progetto etico-politico…che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita». Sono le parole che fecero scrivere su Repubblica che era stata tagliata la barba al profeta (Marx), e la cui sintesi è nell’espressione «il socialismo è la via per accrescere e non per ridurre i livelli di libertà, di benessere e di uguaglianza». Sono parole di Craxi e Pellicani, pubblicate nel 1978, la cui attualità sta proprio nel fatto di essere la non-dottrina di un’ideale di libertà, di eguaglianza, di solidarietà. Per ritrovare la strada del socialismo è, forse, il caso di darci nuovamente una missione semplice e impegnativa: portare avanti quelli nati indietro, o rimasti indietro. In America i giovani vedono una società in cui i livelli di povertà e disperazione sono a soglie che non si erano più conosciute dopo la grande depressione. In Europa, in Italia, viviamo una stagione in cui, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, una generazione vivrà peggio di quella che l’ha preceduta. Sono condizioni sociali che condannano senza appello le parole d’ordine del liberismo mercatista, la grande menzogna della mano invisibile destinata a riempire i vuoti della società, come se fosse la mano del Signore. Anche la voce in terra di quello stesso Signore che sta nei cieli ci ricorda che l’economia e l’impresa devono essere condizionate a un ruolo sociale e non possono essere votate solo a fare profitti, mentre l’azione pubblica deve creare le condizioni perché ogni persona possa vivere una vita dignitosa. Abbiamo allora bisogno, tutti, di un socialismo semplice, i cui leader e militanti abbiano finalmente il coraggio di voler governare un cambiamento radicale, verso una società in cui il capitalismo sia vincolato al limite del suo ruolo sociale, del ruolo sociale dell’economia. Se la società è l’ambiente necessario per generare ricchezza, allora i maggiori beneficiari di quella ricchezza devono sapere che a quella stessa società dalla cui esistenza dipende la loro fortuna essi sono debitori. E che quel debito possono e devono assolvere non opponendosi al fatto che la democrazia decida qual è la soglia di profitto individuale compatibile con il benessere della collettività. Il socialismo che piace ai millennials e alla generazione Z non è nemico della ricchezza: è nemico della povertà generata da un sistema economico che, non imponendo vincoli alle imprese, concentra ricchezze enormi in pochissime mani. Non si tratta di tassare; si tratta di entrare nei meccanismi di generazione della ricchezza per impedire distorsioni e garantire che una parte di essa sia equamente distribuita nella società. La ricchezza viene dalla società e la missione socialista deve essere quella di intercettarne una parte prima che arrivi nei forzieri di chi è già molto ricco, perché da quei forzieri farla tornare sarebbe pressoché impossibile. Intercettare una parte di quella ricchezza perché alla società ritorni, sotto forma di un benessere diffuso, di una giustizia sociale, di una fiducia nel futuro che oggi mancano.