Lo specismo e i diritti degli animali - OIPA Italia

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Lo specismo — termine coniato nel 1970 dallo psicologo Richard Ryder e poi reso celebre da Peter Singer — indica l’attribuzione di un valore morale o di diritti differenti ai singoli individui basandosi unicamente sulla loro appartenenza di specie.
Una forma di discriminazione basata sulla presunta superiorità dell’essere umano. per questo motivo autorizzato a trattare gli altri animali a proprio uso e consumo, sfruttandoli per i propri interessi nella produzione alimentare, nella sperimentazione, nell’abbigliamento e nell’intrattenimento.

Una visione che, nel corso della storia, è stata dibattuta da numerose teorie filosofiche, etiche e scientifiche, e che, purtroppo, ad oggi, rappresenta ancora il modo di pensare imperante.

Fu Cartesio, che nel Discorso sul metodo, equiparò l’animale a una macchina, una realtà corporea priva di ogni sensibilità, a differenza dell’uomo, che non è solo “res extensa”, ma anche “res cogitans”, cioè pensiero. La prova, secondo Cartesio, starebbe nel linguaggio. I suoni emessi dagli animali non sono il prodotto di una mente pensante, ma solo  «movimenti naturali».

Con la pubblicazione di Liberazione Animale (1975), Peter Singer mette in discussione l’antropocentrismo tradizionale applicando il principio dell’eguale considerazione degli interessi, riprendendo quanto aveva affermato il filosofo Jeremy Bentham: «Il punto non è: possono ragionare? Né: possono parlare? Ma: possono soffrire?».

Dunque, se un essere vivente è capace di soffrire e di provare piacere, i suoi interessi avranno lo stesso valore di quelli umani.

Con Tom Regan si afferma negli anni ’80 la teoria dei diritti animali in quanto dotati di valore intrinseco.  Secondo il filosofo americano gli animali vanno rispettati in quanto “soggetti di una vita”, dunque dotati di un valore intrinseco indipendente dall’utilità che rappresentano per l’uomo.

Oggi l’antispecismo si intreccia con la filosofia politica grazie alle teorie di alcuni pensatori, tra cui Will Kymlicka e Sue Donaldson, che in Zoopolis propongono un modello di cittadinanza per gli animali.

Secondo la loro visione, gli animali domestici, sia da fattoria che da compagnia, dovrebbero essere portati in una relazione di co-cittadinanza con gli esseri umani.

Gli animali selvatici dovrebbero essere visti come sovrani, titolari del proprio territorio e delle proprie scelte.

Introducono, inoltre, la figura dell’animale liminale, rappresentato da un miscuglio di animali semi-addomesticati che vivono nelle aree urbane o nelle loro vicinanze, a volte interagendo con gli esseri umani. (come, ad esempio, potrebbe essere il piccione).

Inoltre, grazie alle scoperte dell’etologia e delle neuroscienze, è stato ampiamento dimostrato che la pretesa superiorità dell’essere umano non ha alcun fondamento scientifico.

Gli studi di etologi e primatologi come Frans de Waal e Jane Goodall hanno dimostrato come l’empatia, il, la cooperazione, il lutto e persino forme elementari di cultura non sono un’esclusiva umana, bensì tratti evolutivi condivisi da molte specie.

Con la “Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza” del 2012, ad opera di un gruppo di neuroscienziati, si stabilisce ufficialmente che gli animali non umani (compresi tutti i mammiferi, gli uccelli e molte altre specie come i polpi) possiedono i substrati neurologici necessari per generare la coscienza e percepire stati affettivi e dolorosi.

Tra i numerosi animali oggetto di studio durante questo importante incontro, oltre al polpo, animale dotato di capacità straordinarie, anche la gazza, che ha dimostrato esibire impressionanti similitudini con umani, grandi scimmie, delfini, ed elefanti negli studi sull’auto riconoscimento allo specchio.

Gli studi scientifici sull’evoluzione della coscienza proseguono, portando a nuove e incredibili scoperte, che rivelano come sia proprio la nostra decantata “coscienza superiore” che deve ancora fare passi da gigante per eguagliare quella di tante altre specie animali.

L’invito, quindi, è quello di mettere in discussione lo specismo, che non significa negare le differenze biologiche tra le specie, ma significa rifiutare che tali differenze vengano utilizzate come giustificazione per l’oppressione e lo sfruttamento.

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