John figlio di John, il terzo romanzo di uno scrittore che non delude mai
Con Storia di Shuggie Bain, vincitore del Booker Prize 2020, e con il romanzo successivo Il giovane Mungo, Douglas Stuart ci ha insegnato soprattutto una cosa: ogni volta che torna in libreria con una nuova storia riesce a sorprenderci.
In questo senso in John figlio di John, il suo terzo romanzo, lo scrittore scozzese-americano supera sé stesso. Si tratta anche della sua prima narrazione non ambientata a Glasgow, la città in cui è cresciuto e in cui si svolgono entrambi i romanzi che lo hanno reso celebre.
Stavolta Stuart ci porta nelle isole Ebridi, le più remote della Scozia - sono a meno di cinquecento chilometri da Edimburgo, ma per raggiungerle ci vuole un intero giorno di viaggio - e ci racconta la storia di un giovane uomo, continuando la sua esplorazione dell'animo umano in una nuova età.
Il ritorno a casa di John, figlio di John
Siamo negli anni Novanta sull'isola scozzese di Harris, contrada di Falabay, al largo delle coste nord-occidentali della Scozia. In questa comunità remota e di lingua gaelica, dove la lana viene ancora filata e tessuta quasi come ai tempi della Rivoluzione industriale, il tempo sembra essersi fermato tra pastori, telai e l'austera Chiesa Presbiteriana.
È qui che torna John-Calum, detto Cal, ventidue anni, fresco di laurea in studi tessili, ma senza un lavoro né un futuro in città. Ufficialmente il ragazzo rientra per occuparsi della nonna malata; in realtà, dopo mesi trascorsi a dormire sul divano di altri studenti a Edimburgo, senza un soldo, né la prospettiva di un impiego, cerca solo un modo per tornare a casa senza sentirsi un fallito. Ad accoglierlo, tra affetto e giudizio, ci sono suo padre John, pastore e tessitore di tweed, che affida ogni male "al lavoro e alla preghiera", e sua nonna Ella. La madre di Cal se ne è andata da tempo, lasciando marito e figlio per un motivo che scopriremo nel corso della lettura.
Tra John e suo figlio si consuma da subito una guerra fatta di piccole cose: un saluto in gaelico respinto, i vestiti "di seconda mano" di Cal, la lunghezza e il colore dei suoi capelli. Ma dietro a queste scaramucce si nasconde un rapporto molto più complicato di quanto entrambi vogliano ammettere. La tensione tra padre e figlio non resta solo verbale: arriva presto a esplodere fisicamente, in un pugno sferrato con tutta la violenza possibile. Ma anche nei momenti più quieti, il conflitto si fa sentire in ogni scambio, come in questo dialogo:
«Il continente ti ha rammollito.» John buttò i jeans in un angolo. «Devi aver conosciuto qualche cattolico. Magari ci hai persino fatto amicizia.»
Una sola isola, tanti segreti
A rendere incolmabile la distanza tra padre e figlio c'è un segreto, che Cal intende custodire gelosamente: lui è gay. Mentre a Edimburgo si è sentito libero di manifestare la sua sessualità, sull'isola, così piccola e così devota, la sua natura non può essere dichiarata. Suo padre non capirebbe mai, ai suoi occhi John non concepisce neanche che un uomo possa innamorarsi di un altro uomo. Quello che, però, Cal non immagina è che, dietro la rigidità religiosa del padre, si nasconda un segreto molto simile al suo: anche John ama in silenzio, da una vita, il vicino di casa, e quell'amore è parte del motivo per cui la madre se ne è andata.
Ma i segreti non finiscono qui. A guardar bene, nessun abitante dell'isola è ciò che sembra, ed è nel renderci partecipi di ciò che accade che si manifesta tutta la bravura di Douglas Stuart: scavando nelle loro vite, lo scrittore costruisce una comunità di personaggi indimenticabili.
A partire da Ella, la nonna di Cal, anche lei arrivata da Glasgow decenni prima, anche lei segnata dal giudizio della comunità, visto che il marito Calum la sposò quando era già incinta di un altro uomo. Malata, dorme in un ripostiglio senza finestre, fiera della sua lampada abbronzante, e trova ancora il modo di ridere della vita: i suoi piaceri più grandi sono imparare parolacce nuove, punzecchiare il figlio John e proteggere Cal.
C'è poi Innes, il vicino di casa che John ama in segreto fin da ragazzo, con cui ha una relazione perennemente minacciata dal peso della comunità.
Ci sono i due fratelli che vivono nella fattoria accanto, nella stessa casa da una vita intera, senza scambiarsi una parola.
E c'è l'intera congregazione della Chiesa Presbiteriana, divisa tra credenti ferventi e non credenti: un coro di operai, tessitori e pettegole incallite.
Stuart conosce questi personaggi meglio di quanto si conoscano loro stessi, e li tratta tutti - devoti o peccatori, giovani o anziani - con la stessa pietas, senza mai trasformarli in stereotipi.
Il vero motore del romanzo: gli occhi di Douglas Stuart sui suoi personaggi
Ciò che rende John figlio di John così potente non è la trama, volutamente essenziale, ma la capacità di Douglas Stuart di entrare nell'anima di ogni personaggio senza mai giudicarlo.
Come già fatto con i protagonisti dei suoi libri precedenti, anche in questo caso, e forse più che negli altri suoi romanzi, la sua scrittura ci trascina nel cuore pulsante dell'isola e ci fa vivere al fianco dei suoi abitanti. Del resto, come Cal, anche Stuart è gay e ha un passato da stilista e dopo Storia di Shuggie Bain ha trascorso mesi nelle Ebridi Esterne, da cui questo romanzo porta con sé l'odore della pioggia, della lana e della salsedine.
Non si tratta di un romanzo sperimentale, e non finge di esserlo: l'impianto è quello della narrativa classica, con una storia che mette al centro temi come la famiglia, la fede e un amore omosessuale raccontato senza sconti.
Ma è proprio questa tradizione, filtrata dalla sensibilità di Stuart, a colpire il cuore del lettore: perché questa è una storia sul coraggio di restare, sul peso dell'eredità familiare e su tutte le forme d'amore che, per sopravvivere, hanno imparato a non pronunciare il proprio nome.