di Lorenzo Cinquepalmi
Woke, negli States e da un secolo fa, era un’esortazione a prendere coscienza dell’ingiustizia sociale di cui è stato vittima, per secoli, il popolo afro americano. Negli ultimi quindici anni l’espressione ha, tuttavia, subito una torsione: se ne è impossessato un certo mondo, per così dire, radical chic, che ha incorporato nella cosiddetta “cultura woke” una vasta serie di parole d’ordine, per lo più inerenti tematiche collegate alle discriminazioni sociali delle minoranze, numeriche e/o culturali. In questo “atteggiamento woke” sono stati incorporate una pluralità di intenzioni revisionistiche delle regole sociali: dalla cancel culture, che parte dal riconoscimento dell’ingiustizia di talune condotte di personaggi storici per cancellarne il ricordo, a dispetto di quanto di positivo essi possano avere rappresentato, alle forzature di genere, ortografiche o sostanziali; in una parola, il “politicamente corretto”. Nella sua evoluzione, non del tutto positiva, il woke ha dato alla sinistra occidentale una piega che, razionalmente e politicamente, si fatica a condividere: ha emarginato l’attenzione per i diritti sociali a favore di diritti civili solo apparentemente collettivi, ma in realtà intrisi di individualismo. Ha allontanato la sinistra wokizzata dalle cause che sono state, sono e saranno la sua stessa ragion d’essere: tutte quelle dall’impegno nelle quali dipende il benessere collettivo, il welfare, cosi guadagnandole lo sprezzante epiteto di sinistra delle Ztl. Un modo di qualificarne gli esponenti ancora più denigratorio e imbarazzante del vecchio radical-chic. La distribuzione del voto, del resto, conferma la progressiva estraniazione della sinistra degli ultimi venti anni da quell’elettorato popolare da cui è nata, una base che ha reagito alla delusione del tradimento defluendo nell’astensione o, peggio, rifluendo nella destra, che in tutta Europa, quando è stata forte, ha sempre potuto contare su di un consenso popolare, fatto da persone la cui speranza nel progresso e nella giustizia sociale era così frustrata da giungere a barattare la libertà con vaghe promesse di maggior benessere fatte da reazionari votati agli interessi dei grandi patrimoni. Un esempio lampante è quello della debolezza con cui la sinistra, in Europa ma soprattutto in Italia, si è confrontata, quando ha governato, e si propone di affrontare, dall’opposizione, la crisi demografica, specchio sincero di come un popolo abbia così smarrito la fiducia nel domani da smettere di fare figli. Ora, declinare al femminile sostantivi e aggettivi che, nella neutralità di ciò che indicano, erano tradizionalmente declinati al maschile, sarà pure importante, ma non è difficile capire quanto sia più importante rassicurare i giovani sul fatto che possono farsi una famiglia e mettere al mondo dei figli, contando su di uno stato che ti sostiene e ti accompagna, invece di essere spesso indifferente se non ostile. La ragion d’essere di una sinistra che sappia compiere la sua missione di guardare ai bisogni degli ultimi, deve essere quella di ricostruire lo stato sociale demolito da tre decenni di finanziarizzazione dell’economia che hanno modificato pesantemente le proporzioni nella distribuzione della ricchezza in tutto l’occidente e in Italia più che altrove, spingendo milioni di persone verso la povertà. L’idea che la sinistra deve esprimere per il governo della comunità nazionale (ed europea) non può che essere quella della realizzazione di stato che non lascia indietro nessuno, che combatte le cause della povertà, che garantisce davvero la giusta assistenza a chi mette su famiglia e mette al mondo dei figli, che assicura le pari opportunità prima di tutto tra chi è nato avanti e chi è nato indietro, che realizza concretamente il diritto al lavoro, alla casa, al benessere. Cioè, come è scritto nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, ma su ispirazione di Giambattista Vico e Gaetano Filangieri, il diritto alla felicità. Un diritto che è fatto anche, e senz’altro, dalle molte istanze di parità formale della dottrina woke, ma è fatto soprattutto dalla giustizia sociale materialmente assicurata da uno stato sociale vero. Cioè da un ordinamento sociale ed economico di impronta socialdemocratica. Non proprio meno schwa e più socialismo, ma più socialismo si, sicuramente.