Il figlio dell'oligarca, Patrick Radden Keefe indaga sulla Londra del denaro sporco | Libri Mondadori

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Il figlio dell'oligarca, l'inquietante storia vera di Zac Brettler raccontata come un thriller da Patrick Radden Keefe

Viviamo in un tempo in cui i social network hanno trasformato l'ostentazione della ricchezza in un linguaggio comune, e in cui l'apparenza conta quanto, se non più, della realtà. È in questo terreno che affonda le radici la storia di Zac Brettler, un diciannovenne inglese che per anni si è finto erede di un oligarca russo, fino a pagare la sua bugia con la vita.

La tragedia si è consumata il 29 novembre 2019. Alle 2.23 del mattino, una telecamera di sorveglianza dell'MI6 (il Secret Intelligence Service britannico, situato in un palazzo inconfondibile sulle rive del Tamigi) riprende un ragazzo che cammina nervoso su un balcone al quinto piano di un palazzo di lusso affacciato sul fiume. Il giovane si sporge, poi si lancia nel vuoto. A pochi chilometri di distanza, sua madre Rachelle Brettler aspetta che Zac rientri a casa. Non sa ancora che non tornerà mai più, e che la ricerca della verità sulla sua morte la porterà a scoprire di non aver mai conosciuto davvero suo figlio.

Da questa storia nasce Il figlio dell'oligarca, il nuovo libro di Patrick Radden Keefe, giornalista del "New Yorker" e autore di alcune delle inchieste narrative più lette e premiate degli ultimi anni. Una storia vera che si legge come un thriller, ma non dimentica mai di dar rilievo al dolore reale al centro della vicenda.

Come già accaduto con i suoi libri più celebri, Il figlio dell'oligarca nasce da un lungo reportage firmato da Keefe per il suo giornale nel 2024. Da quell'articolo, l'autore ha costruito un'indagine ben più ampia, che usa la vicenda di un singolo ragazzo come chiave d'accesso a un mondo sommerso: quello della Londra in cui tutto - dai club esclusivi ai campi sportivi delle scuole d'élite - è in vendita, e in cui le fantasie di ascesa sociale si nutrono di denaro sporco e corruzione.

Dietro il mistero della morte di Zac, infatti, il libro racconta da un lato la fame di giustizia di due genitori che, per amore, vogliono scoprire fino in fondo chi fosse davvero il figlio che credevano di conoscere, dall'altro il dietro le quinte dei fiumi di denaro sporco che sono confluiti a Londra negli anni 2000, quando la città era diventata un paradiso fiscale per gli oligarchi russi. Oggi, dopo le sanzioni e i congelamenti dei beni seguiti all'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, quel periodo sembra definitivamente concluso, ma Il figlio dell'oligarca ci aiuta a capire che cosa sia successo alla capitale inglese in quegli anni, e quanto la polizia fosse portata a chiudere un occhio sui loschi personaggi che gravitavano in quel mondo.

Chi era davvero Zac Brettler

Con lo stile che caratterizza anche i precedenti libri di Radden Keefe, il giornalista ci introduce passo dopo passo nella vita di Zac Brettler.

Figlio di genitori ebrei agiati - suo padre lavora in finanza, sua madre è una brillante giornalista freelance - Zac cresce in un quartiere borghese di Londra. Suo nonno materno è un rabbino molto conosciuto in città. Entrambi i nonni sono sopravvissuti alla Shoah e hanno vissuto una giovinezza molto dolorosa.

Zac è sveglio e molto simpatico, ma non abbastanza bravo a scuola da poter essere iscritto a 12 anni all'University College School, il prestigioso istituto privato frequentato da suo fratello maggiore. Per questo inizia a frequentare la Mill Hill School, un'altra scuola privata dalla retta stellare, alla quale sono iscritti anche i figli di facoltosi oligarchi post-sovietici. È proprio in quell'ambiente, tra compagni abituati a spostarsi all'interno del college in auto con autista invece che a piedi, che in Zac matura un'ossessione per il denaro e per lo status che lo accompagnerà fino alla fine.

Quando i genitori indagano sulla sua morte, scoprono che il figlio conduceva da anni una seconda vita, sotto un'identità fittizia: si faceva chiamare Zac Ismailov, si dichiarava erede di un ricco oligarca russo pronto a lasciargli un'eredità di 200 milioni di sterline, parlava con un accento russo e con questa messinscena riusciva a farsi credere persino da chi con i veri oligarchi lavorava davvero.

Il suo talento per la finzione lo introduce nell'orbita di Akbar Shamji, ambiguo uomo d'affari londinese, che non ha mai chiarito che cosa sia successo la notte in cui Zac è morto, e di un pericoloso trafficante noto come Indian Dave: è proprio dall'appartamento di quest'ultimo che Zac precipita nel vuoto.

Con il talento che lo contraddistingue, Patrick Radden Keefe ricostruisce passo passo, senza mai scivolare nel sensazionalismo, come una bugia adolescenziale si sia trasformata in una spirale da cui non è stato più possibile uscire. La verità definitiva sulla vicenda non è mai emersa, e dalla ricostruzione appare chiaramente come le indagini di Scotland Yard siano state svolte in maniera superficiale. Eppure, il romanzo di Radden Keefe ci conduce per mano a comprendere cosa è accaduto, e la verità appare tanto dolorosa, quanto inoppugnabile.

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Perché leggere Il figlio dell'oligarca: dietro la storia di Zac Brettler un monito per tutti

C'è un dettaglio, raccontato dallo stesso Keefe, che dice molto sui tempi in cui viviamo: mentre raccoglieva materiale su Zac e sulla sua vicenda, l'autore si è accorto di essere finito lui stesso nella bolla dell'algoritmo. Le sue ricerche online, incrociate dai motori di ricerca e dai social, hanno iniziato a restituirgli pubblicità di sontuose dimore londinesi in vendita e video di persone che si lanciano nel vuoto.

Come se la rete, interpretando a modo suo le tracce lasciate dal cronista, avesse trasformato un'inchiesta sulla morte di un ragazzo in un catalogo di desideri di ricchezza e di rischio estremo: una dimostrazione, quasi involontaria, di come i medesimi meccanismi che hanno segnato la vita di Zac continuino a lavorare, senza distinzioni, su chiunque li attraversi.

Keefe chiude il libro con un aneddoto molto interessante legato a L'età dell'oro, il romanzo che Mark Twain e Charles Dudley Warner pubblicarono nel 1873 e che diede il nome a un'intera epoca americana di crescita rapida e disuguaglianze profonde. Nella prefazione all'edizione inglese, i due autori si sentirono in dovere di spiegare al pubblico d'oltreoceano come negli Stati Uniti fosse lecito per chiunque coltivare il sogno di un progetto capace di cambiargli la vita, e descrivevano la smania di scalare la propria condizione come una forza ambivalente: da un lato motore di progresso, capace di spingere individui e nazione a non fermarsi mai; dall'altro origine di rovina, quando l'obiettivo inseguito era il frutto di scelte sbagliate.

Oggi quella società senza scrupoli che i due autori americani 150 anni fa temevano fosse incomprensibile per i lettori inglesi è quella in cui tutti viviamo. I social hanno solo provveduto a rendere le smanie di potere e ricchezza più visibili e immediate e, per i più giovani, più difficili da distinguere dalla realtà.
Il figlio dell'oligarca non è dunque solo la cronaca di un caso irrisolto, ma un avvertimento scritto con gli strumenti del miglior giornalismo narrativo: il bisogno di Zac di essere qualcun altro, di valere di più agli occhi degli altri, non appartiene a nessun luogo in particolare. È la stessa fragilità che oggi, complice un algoritmo che non distingue tra un desiderio e un'ossessione, milioni di ragazzi in tutto il mondo si trovano ad affrontare ogni giorno.

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Redazione Libri Mondadori