di Giada Fazzalari
Scriveva Bertolt Brecht: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Parafrasandolo, potremmo dire: “Sventurata la sinistra che ha bisogno di eroi”. E sì, perché notiamo che certa sinistra più giustizialista e un po’ assembleare è sempre in cerca di eroi, di santini, di guru, di salvatori della patria e di moralizzatori dalla forte carica profetica e un po’ messianica da porre alla guida simbolica della sinistra. Scrittori, giornalisti, attivisti, magistrati: ogni tanto ne emerge uno. E, non appena emerge, gli si perdona tutto: aggressività, sessismo, retorica, mitomania, culto della personalità, populismo, pose palingenetiche. Perché la sinistra più radicale ha, purtroppo, il mito della purezza eroica, salvo poi doversi pentire – è capitato sempre, noi socialisti ne siamo stati vittime, e sempre capiterà – della mitizzazione, perché inevitabilmente arriva qualcuno più puro a epurare il santino di turno eletto a guida morale della sinistra, avrebbe detto il vecchio Nenni. È capitato negli anni scorsi, sta capitando anche in queste ore. Ma siamo sicuri sia la strada maestra verso una sinistra che abbia in pancia l’etica della responsabilità? Sarebbe forse meglio una sinistra di riformatori – che non significa lento riformismo come qualcuno dice, ma quel “riformismo radicale” e dunque pragmatico, di cui era capace Matteotti – di politici capaci di amministrare con il buongoverno delle città, di intellettuali che amano maneggiare ragionevolezza e complessità. Senza affidare a nessuno il compito supremo di indicare la via morale da percorrere. La sinistra che vorremmo è una sinistra matura, sobria, responsabile, affidabile, capace di governare la complessità politica e ideologica del Paese, totalmente indifferente alle mitomanie di chi si mette in testa di purificare la società o di esasperare la caccia ai nemici magari con patentini o con liste di proscrizione. Questa sinistra esiste, ed è la sinistra riformista, che noi incarniamo storicamente e che vorremmo si radicasse ovunque, in ogni volto della sinistra attuale.Non solo la sinistra che incarniamo non ha bisogno di eroi che provengano dalla società civile, ma non abbiamo bisogno di eroi nemmeno tra i nostri leader politici apicali. Sembra un mantra un po’ logoro, ma davvero la politica che vorremmo è prima di ogni cosa fatta di programmi, e poi di una classe dirigente diffusa e preparata. Ecco perché i leader dovrebbero essere scelti e trovati soltanto alla fine di un simile percorso dialettico, come sintesi di tutte le forze in campo. Come hanno fatto sempre i socialisti. Ci appassiona poco una politica come sommatoria di erosimi personalistici: nessun governo regge davvero o opera efficacemente senza una collegialità di competenze. Appaltare a figure populiste della società civile un pezzo della proposta politica può ripagare nel breve periodo, ma alla lunga ha un effetto negativo, perché la sistematica caduta di queste “guide morali” – che sempre si presentano come eroi senza colpe e senza macchie – rischia di aumentare delusione, disaffezione e di indebolire la credibilità delle classi dirigenti politiche. I giornalisti facciano i giornalisti, i magistrati facciano i magistrati – da Ranucci a Gratteri, per citarne due, che i giornalisti e i magistrati lo fanno egregiamente e meglio di molti altri – i profeti se la vedano con Dio: ma la politica li tenga alla larga, perché la politica ha come obiettivo quello di risolvere i problemi del Paese e dei cittadini, e non quello di moralizzare i cittadini e di indottrinali sulla differenza tra il bene e il male. Dopo l’ennesima caduta del santone di turno in queste ultime ore, ci auguriamo che la sinistra abbia capito la lezione. Il 2027 è alle porte.