Etna e Val di Noto fuori dai pullman: quattro tappe che un tour organizzato della Sicilia salta - Le avventure di Anna Pernice - Travel Fashion Tips

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Foto: Unpslash

Un giro organizzato in Sicilia orientale ferma quasi sempre alle stesse tappe: Taormina, il Rifugio Sapienza sull’Etna, Noto, Siracusa. Sono le più fotografate, e i pullman le riempiono ogni mattina dell’anno. A meno di due ore da quel percorso ci sono un’altra scalinata barocca coperta di ceramica, un versante del vulcano dove si lavora il pistacchio invece della lava, e due città che il tardo barocco ha reso patrimonio Unesco tanto quanto Noto, ma che restano quasi sempre fuori dall’itinerario.

Questo è il giro che le mette in fila: quattro giorni, due province, la pietra lavorata a mano che tiene insieme le tappe, dalla maiolica alle facciate di calcare.

Giorno 1 – Caltagirone, l’altra scalinata

Caltagirone è una delle otto città del tardo barocco del Val di Noto che l’Unesco ha messo nel patrimonio dell’umanità nel giugno 2002, la stessa lista di Noto, Modica, Ragusa, Scicli, Palazzolo Acreide, Militello in Val di Catania e la stessa Catania. Qui il barocco, invece che sulle facciate, si legge su una scalinata.

La Scala di Santa Maria del Monte ha centoquarantadue gradini, disegnata nel 1606 dall’architetto Giuseppe Giacalone e trasformata a metà Ottocento, su progetto di Salvatore Marino, da una serie di rampe spezzate in un’unica salita dritta. Dal 1954 ogni alzata porta una mattonella di ceramica policroma, con motivi arabi, normanni, svevi, aragonesi, rinascimentali e barocchi, dal decimo al ventesimo secolo, raccolti e adattati dallo studioso Antonino Ragona. Si sale in un quarto d’ora, ma conviene fermarsi gradino per gradino: ogni fascia racconta un secolo diverso.

Nella notte del 24 e del 25 luglio, per la festa del patrono San Giacomo, la scalinata si accende con migliaia di lucerne di terracotta dentro coppi di carta colorata, disposte a mano a comporre un’immagine che cambia ogni anno. Nell’edizione di luglio 2026 sono serviti 3.380 coppi bianchi, rossi, verdi e blu, per un disegno che raffigurava lo stemma della Repubblica, quello storico della città e la conchiglia di San Giacomo. La tradizione risale al Seicento, ma è nell’Ottocento, con padre Benedetto Papale, che ha preso la forma che si vede ancora oggi, tramandata di generazione in generazione dalla famiglia Russo.

Il resto della giornata si passa bene fra le botteghe di ceramica raccolte ai piedi della scalinata, intorno a piazza Municipio: qui si producono ancora a mano i pezzi che altrove si vendono come souvenir industriali.

Giorno 2 – Bronte, l’Etna del pistacchio

Da Caltagirone a Bronte sono novantasette chilometri, un’ora e un quarto passando per Adrano, Biancavilla e Paternò: è il versante ovest del vulcano, quello che i tour dell’Etna non toccano perché guardano tutti al Rifugio Sapienza, dall’altra parte della montagna.

A Bronte si coltiva il pistacchio verde, che copre circa il tre per cento della produzione mondiale e ha la denominazione d’origine protetta: lo si trova nelle pasticcerie del corso, dalla granita alla pasta da spalmare. Il centro storico si gira in un paio d’ore, fra la Chiesa Madre di Santa Maria, via degli Archi, le chiese di San Nicola e di San Martino e il settecentesco Real Collegio Capizzi. Dentro, la Biblioteca Borbonica è aperta tutti i giorni a due euro: oltre ventunomila volumi, e fra i manoscritti conservati anche globi celesti e strumenti scientifici del Sette-Ottocento.

A tredici chilometri dal paese, verso Maniace, c’è il Castello di Nelson: il 10 ottobre 1799, a Palermo, Ferdinando III di Sicilia lo donò all’ammiraglio Horatio Nelson insieme al titolo di duca di Bronte, dentro quello che restava di un’abbazia benedettina dedicata alla Madonna. Oggi l’ala nobile è un museo, visitabile con lo smartphone in autonomia a cinque euro, senza prenotazione salvo la domenica e i festivi, quando serve la visita guidata su prenotazione. In estate è aperto dal lunedì al sabato dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 17, la domenica e i festivi fino alle 18; in inverno la domenica chiude già all’una, quindi controllate l’orario stagionale sul sito del castello prima di partire.

Prima di lasciare Bronte, deviate verso il Ponte dei Saraceni, a una decina di chilometri: un’arcata a schiena d’asino in pietra lavica sul Simeto, costruita in epoca romana e rifatta dagli arabi con l’arco a sesto acuto della loro architettura. È il punto di partenza per un sentiero sterrato lungo il fiume che entra nelle forre laviche scavate nella roccia basaltica, al confine fra i territori di Adrano, Bronte, Centuripe e Randazzo. Si cammina su terreno pianeggiante lungo l’argine, senza bisogno di attrezzatura da trekking.

Giorno 3 – Ragusa Ibla, l’altro San Giorgio

Da Bronte a Ragusa sono centoquarantacinque chilometri, poco più di due ore: è il trasferimento più lungo del giro, e conviene metterlo in conto come tappa a sé, non come coda della giornata precedente.

Chi ha visto il duomo di Noto conosce già la firma di Rosario Gagliardi, l’architetto che ha ridisegnato il Val di Noto dopo il terremoto del 1693. A Ragusa Ibla ne ha lasciata un’altra versione: il duomo di San Giorgio, progettato nel 1738, con la prima pietra posata il 28 giugno 1739 e i lavori veri cominciati solo nel 1744. La facciata si è conclusa il 5 ottobre 1775, con l’innalzamento delle campane. Gagliardi però non ha visto il duomo finito: è morto nel 1762, tredici anni prima. La cupola che oggi domina Ibla è ancora più tarda, aggiunta nel 1820 dal mastro ragusano Carmelo Cultraro e ispirata al Panthéon di Parigi: quarantatré metri, sedici colonne, un secolo dopo il progetto originale.

Ibla è il quartiere basso e barocco di Ragusa, ricostruito dopo il terremoto sul tracciato medievale invece che su una pianta nuova come Noto: le strade sono strette e curve, non il reticolo di Noto. Ci si perde apposta, scendendo verso il duomo da uno dei vicoli laterali invece che dal corso principale.

Foto: Unsplash

Giorno 4 – Scicli, il commissariato che non esiste

Da Ragusa a Scicli sono venticinque chilometri, poco più di mezz’ora: la tappa più breve del giro, e quella con cui chiuderlo.

Scicli è patrimonio Unesco quanto le altre tre città di questo itinerario, ma la ragione per cui la conoscono più turisti stranieri che italiani è un’altra: qui la Rai ha girato, dal 1999 al 2021, Il commissario Montalbano. L’ufficio del commissario, la guardiola di Catarella e la scrivania disordinata di Montalbano sono ancora allestiti dentro il Municipio di Scicli, nell’ex ufficio protocollo su via Francesco Mormino Penna, e la sala è aperta al pubblico anche a chi non ha mai visto un episodio. Poco distante, la facciata del Palazzo Beneventano fa da ingresso alla questura di Montelusa nella finzione: nella realtà è un palazzo nobiliare privato, e si guarda da fuori.

Tolta la fiction, via Mormino Penna resta il cuore del centro barocco di Scicli. Accanto al Municipio, quindi a due passi dal set, c’è la chiesa di San Giovanni Evangelista, costruita fra il 1760 e il 1765 al posto di un monastero di benedettine demolito per far posto al palazzo comunale. Più avanti, sulla stessa via, la settecentesca Santa Teresa è sconsacrata dal 1950 e oggi ospita affreschi cinquecenteschi. Lungo la via i balconi restano il dettaglio da guardare da vicino: le mensole scolpite che reggono le lastre di pietra, qui come a Noto, sono la stessa soluzione del barocco siciliano per nascondere un problema tecnico dentro una decorazione.

Foto: Unsplash

Come muoversi

Serve l’auto: i collegamenti fra questi quattro paesi esistono ma sono pensati per chi ci lavora, non per chi li visita in quattro giorni. Da Catania Fontanarossa a Caltagirone sono sessantacinque chilometri, circa un’ora; da Scicli a Catania, per il rientro, quasi due ore. Chi vola su Comiso, più vicino a Ragusa che a Catania, si accorcia l’ultima tappa del ritorno.

I mesi migliori restano maggio, giugno, settembre e ottobre: a Caltagirone i gradini scaldati dal sole di luglio si camminano meglio la sera, e a Bronte l’ombra scarseggia nelle ore centrali.

Articolo scritto da Carlo Cucuzza

Carlo Cucuzza vive a Catania e racconta gli angoli della Sicilia orientale che un tour organizzato salta, su Sicilianmagpie

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