Sette volte futuro, un'altra idea di mondo. Il nuovo libro di Barbara Nappini

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Dopo l’esordio con La natura bella delle cose, la presidente di Slow Food Italia Barbara Nappinitorna con un nuovo saggio. In questo libro affronta sette grandi questioni del presente, attraverso la lente del cibo e dei sistemi alimentari. Ogni capitolo prende le mosse da una stortura del modello dominante, a cui segue un Oppure: un’alternativa possibile, fatta di agroecologia, comunità, relazioni, cura, cooperazione e partecipazione.  

Il libro sarà presentato a Terra Madre sabato 26 settembre alle ore 16:30 alle Gallerie d’Italia, in piazza San Carlo, in un incontro con l’attore Paolo Hendel e uno storico attivista di Slow Food, Marco Noferi.
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La prefazione di Sette volte futuro. Un’altra idea di mondo. scritta da Luciana Castellina

Quando si apre un libro nuovo, la prima cosa che si dovrebbe fare è cercare di capire qualcosa di più di chi ne è l’autore o autrice, per andare oltre la breve e spesso impersonale biografia fornita in ultima pagina. Serve per sapere perché, con quali sollecitazioni, sulla base di quale esperienza e di quali idee sia stato scritto quel libro.

Il primo pregio di questo volume è che Barbara Nappini comincia a rispondere a questi interrogativi fin dall’inizio. Racconta di quando parecchi anni fa, a Terra Madre Salone del Gusto, abbia incrociato Carlin Petrini per la prima volta. Lui era già abbastanza noto nel mondo, ma non a sufficienza perché una come lei, che era arrivata fin lì come parte della condotta Slow Food del Valdarno Superiore, avesse compreso fino in fondo l’enorme volume di questioni che ogni volta Carlin portava con sé. Con la sua capacità magica di trascinare il pubblico in una riflessione che, come scrive Barbara, «collegava fatti apparentemente lontani» e apriva orizzonti impensati, Carlin era in grado di trasformare chi lo ascoltava in un militante di una comune battaglia politica. Perché il cibo non è un ambito a sé: è il nostro contatto più intimo con la natura, cioè con il mondo, la sua storia, le differenze che lo costituiscono. Quell’incontro fu «un portone spalancato», scrive Barbara e, come per lei, lo è stato per molti.

Quando cominciò l’incubazione di Slow Food, circa mezzo secolo fa, neppure noi del Manifesto capimmo davvero la portata politica delle sue tematiche – e pure fummo i primi a scriverne. Neppure l’Arci, dove sono state poste le fondamenta della successiva associazione, la capì. Barbara Nappini con questo libro aggiunge un tassello prezioso a questa responsabilità che Slow Food ha assunto anni fa: non solo mostra la complessità che ogni aspetto del cibo contiene, e che lo lega a molte altre questioni della vita quotidiana e politica, ma offre un ricco bacino di informazioni sulle sfide e gli interrogativi che dal mondo del cibo si estendono fino alla politica e al nostro rapporto con la natura. Dobbiamo cominciare a ragionare seriamente sul fatto che non siamo solo specie umana, ma natura, un’appartenenza che condividiamo con leoni, bacarozzi e balene, piante velenose e rose, formiche ed elefanti – con tutti loro dobbiamo imparare a condividere il destino.

Questo libro ci aiuta a uscire dai confini del piccolo mondo immaginario nel quale viviamo, cominciando col farci capire che il limite – l’orizzonte di trasformazione che vediamo e desideriamo davanti a noi – è lontano, incerto, difficile da descrivere con precisione, ma va comunque «abitato». Dobbiamo contribuire a disegnarlo. Solo così emergono le contraddizioni e i problemi veri del domani, e scoprirli è già di per sé uno straordinario arricchimento.

Non solo. Questo libro ha anche il merito di rendere ancora più evidente quanto sia grave il silenzio su quella che viene chiamata “la politica” da tutti coloro che la relegano alle istituzioni, magari ai parlamenti. È un silenzio pericolosissimo, tocca ai cittadini contribuire a romperlo. Fare politica è un diritto, forse un dovere, di quella che chiamiamo società civile e che sola può condizionare anche le istituzioni più sorde.

Nonostante le proporzioni e la rapidità del deterioramento ambientale, non vediamo alcun riflesso nelle agende di chi avrebbe il dovere di considerare questo pericolo la propria priorità assoluta. Questo rispecchia quanto sia drammatica, ormai, la crisi del sistema democratico rappresentativo liberale, anche di quello che la nostra Costituzione ha ben indirizzato e corretto. Del resto, era inevitabile che la globalizzazione avrebbe intaccato l’equilibrio dei poteri: le decisioni più importanti non vengono prese dai governi e dai parlamenti, ma da gruppi industriali e finanziari che agiscono direttamente sul mercato mondiale attraverso accordi privati. A livello locale queste decisioni arrivano solo per essere eseguite. Il libro fornisce una precisa documentazione di come queste trasformazioni si riflettono nel campo dell’agricoltura e del cibo. Spiega come affrontare i problemi ecologici non significhi solo andare alla ricerca di nuove pratiche tecnologiche, ma al contrario richieda un cambio di paradigma che comincia dal soggetto agente: non più il soggetto singolo, ma quello collettivo. Per questo l’interazione tra ecosistemi diversi e tra le società differenti che li abitano è un passo imprescindibile: la complessità del mondo non è un impiccio, ma la risorsa più importante che c’è.

Barbara però non si limita alla critica e alla descrizione delle conseguenze infauste del sistema agricolo ed economico attuale. Ha il coraggio di continuare a cercare, nel presente, anche le trasformazioni positive. Vi lascio alle sue righe, che vi condurranno alla scoperta di ciò che di nuovo e bello si sta verificando intorno a noi. E non pensiate che la sua sia una scelta di comodo, perché ci vuole coraggio, oggi, a guardare in faccia ciò che accade di positivo: è spesso più piccolo, inapparente, fa meno clamore e agisce in maniera più lenta.

Ma soprattutto, non ci lascia scuse per non agire.

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