Il rapporto Federculture e lo sviluppo al tempo dell’Intelligenza artificiale – Consorzio Aaster

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Rapporto Federculture. Con il suo titolarsi svela la sua utilità non tanto per i numeri, ma nell’essere un rapporto non su ma con le culture al plurale. Dà senso a quel federare, mettere assieme per contare differenze e soggetti. Nello scomporre e ricomporre quella società dello spettacolo nella metamorfosi da eventologia leggera al suo farsi pesante diventando struttura economica e sociale. Quattro grandi questioni. La prima riguarda la condizione del lavoro dentro le trasformazioni strutturali delle industrie culturali. I numeri dei pubblici ci dicono che la caduta del Covid è stata recuperata (con la parziale eccezione del cinema), raccontando di un Paese che ha ritrovato fiducia nei propri luoghi della cultura, Federculture mostra un campo che resta segnato da un lavoro strutturalmente in bilico.

Il 47,1% degli occupati è autonomo. Vite minuscole di un capitalismo personale che si autorappresenta come imprenditore di sé stesso. Lustrini di ruolo e di autonomia esposti alla incertezza e al rischio. La crescita pervasiva dei consumi culturali e dei lavori che li producono, è l’esito della concentrazione “del mercato culturale e delle risorse finanziarie, tecnologiche, organizzative” in grandi imprese-piattaforma. E’ dentro questa metamorfosi che va letta anche la questione del salto tecnologico e dell’AI. E qui, i “professionisti-proletari” della cultura si spaccano tra chi la vede come promessa di democratizzare l’accesso al patrimonio e allargare la partecipazione culturale, e chi sottolinea il rischio che l’automazione approfondisca la distanza tra chi governa lo strumento e chi lo subisce.

Perché l’AI sta dentro una organizzazione industriale in concentrazione. Tendenza che non produrrà necessariamente omologazione culturale, perché le piattaforme non funzionano eliminando la diversità dei contenuti, ma incorporando nella loro organizzazione neoindustriale il capitale semantico plurale come risorsa di diversificazione delle fonti del valore. Appare chiaro quando si affronta il ruolo del territorio. Si vedono le differenze perché dietro i numeri in crescita del turismo culturale, permangono le faglie territoriali e sociali. Il turismo culturale concentra i flussi sui centri storici delle grandi e medie città, polarizzando il suo contributo allo sviluppo; il sistema delle risorse si concentra dove il patrimonio è più denso e lo sviluppo industriale più consolidato, come mostrano i dati dell’Art Bonus, cresciuto soprattutto tra Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Emerge il ruolo di un capitalismo delle piattaforme urbane e manifatturiere orientato a sostenere la cultura, con il ruolo finanziario e progettuale delle Fondazioni. Bene fa Federculture a sottolineare l’esigenza di riconoscere le Fondazioni di Partecipazione come istituzione che meglio consente la relazione tra civismo delle élite urbano-territoriali e istituzioni pubbliche nella gestione-valorizzazione dei beni culturali. Interessante come fenomeno di programmazione dal basso il terzo asse che riguarda un fenomeno come i festival culturali, che dopo la pandemia sono esplosi come piattaforme culturali locali tra attrattività, promozione economica e sviluppo della coscienza di luogo.

In Italia se ne contano quasi tremila, capaci di generare indotto economico nelle settimane dell’evento- alberghi, ristorazione, commercio locale, ma soprattutto edizione dopo edizione, tese a istituzionalizzare comunità di partecipazione attorno a un luogo o a un patrimonio misconosciuto. Infine, il nodo nevralgico del come federare storie e progetti di vita, forme dei lavori, esperienze che hanno rivitalizzato comuni polvere terre alte e territori del margine incuneandosi in grandi temi come la crisi climatica e la rigenerazione urbana e confrontandosi con il flusso del PNRR come cometa di un ultimo welfare. Il rapporto con le culture nel tessere e ritessere luoghi di socialità e partecipazione culturale innesca processi di sviluppo di comunità, tracce di speranza. Ma segnala anche l’ascesa della rendita e la crescita dei costi di riproduzione sociale che incidono profondamente nella composizione e coesione dei territori e delle città. Nel rapporto questa ambivalenza è raccontata bene e mi pare rappresenti la grande questione irrisolta sottesa al ruolo della cultura non più come sovrastruttura, ma come struttura dello sviluppo nell’epoca dell’AI e della crisi delle forme di convivenza. Domanda che riguarda le istituzioni chiamate a ripensare il proprio ruolo e gli strumenti per valutare gli esiti delle azioni. Speriamo di non vederlo citato solo al margine dei numeri della stagione turistica di cui ci accingiamo a fare bilancio.

bonomi@aaster.it

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