Cara Milano, non c’è smart city senza social city – Consorzio Aaster

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Economia in fibrillazione a nord. Attraversa le regioni con gli assessori del piccolo grande nord e le rappresentanze del produrre che si interrogano su come attraversare tempi di turbolenza. E che turbolenza! guardando alle reti economiche incuneate nello spazio europeo. Osservatori attenti (Di Vico-Calabrò) auspicano un ruolo di Milano, città delle reti. Si delinea la “megalopoli padana” come “città stato” e motore di una nuova geografia dei lavori del comando e dell’innovazione alla Angelo Moretti che guardava a Los Angeles. Altra rappresentazione quella che va da Torino a Trieste passando per Bologna, che ha in Milano nodo e snodo di rete.

La lettura della scienza triste e dei lavori del comando non basta se non produce economia sociale condivisa, in un rovesciamento che invita, non dico a mettere il sociale prima dell’economico, ma almeno ad aver chiaro che non solo di fibrillazione economica parliamo. Per questo, scartando di lato oltre la rilettura di Moretti che ha nel lavoro la parola chiave, segnalo che sta per uscire, curato da Luciano Gualzetti, il libro delle Cattedre della Carità. Tappe con cui Caritas Ambrosiana ha attraversato Milano e la diocesi: dal Pime alla Cattolica, da Assolombarda al Sindacato e Confcommercio al Pirellone, fino ad essere città infinita. Il volume dà seguito alla ricerca “Caritas come istituzione del margine e istituzione di comunità” (Derive Approdi 2025): là numeri e accompagnamento sociale, qui la voce di chi il territorio lo abita rasoterra. Non ricerca ma animazione interrogante. Già nel nome c’è un rovesciamento: la cattedra non come luogo da cui si parla dall’alto, ma soglia da cui il margine interroga le élite della città, quelli che lavorano comandando. Ogni incontro si apriva con una testimonianza e solo dopo parlavano rettori, imprenditori, banchieri, manager, accademici, uomini di cultura, chiamati a confrontarsi non con una teoria ma con una vita.

Rina, che qui ha trovato la violenza economica di sedici anni di mutui ceduti e recuperi crediti. Mojnul, indebitato per un viaggio da ventimila euro e finito per strada a Milano. L’anziano che davanti allo Spid dice “vorrei ma non riesco”. Alberto, diciannove anni, chiuso in casa dal lockdown e ritirato dalla scuola. Gabriele, operaio edile con moglie sarta part-time, che con due salari non copre affitto e bollette. Vite minuscole, da Gig economy di un sociale in polvere. Una diocesi di 5,4 milioni di abitanti con Milano che pesa il 14% del Pil nazionale, vertice della piattaforma del Nord e insieme, come certifica la Camera di Commercio, capitale italiana delle disuguaglianze, con il 40% della ricchezza a meno dell’8% dei percettori. L’abitare difficile, con un operaio che nel 2023 poteva affittare ventisei metri quadri. Qui va letto il ricambio di popolazione di cui si compiace la narrazione agiografica della città che sale, nuova Milano per nuovi milanesi: i 178mila residenti usciti dal capoluogo in cinque anni, rimpiazzati da flussi dall’estero e dall’Italia, non misurano solo attrattività ma un fenomeno espulsivo che spinge fasce deboli e ceto medio declassato nelle città contenitore dell’urbano regionale. Il lavoro povero, 12% degli occupati contro il 9% europeo, dove anche gli operatori sociali rischiano l’espulsione dal core urbano. La salute precaria di 300mila persone che rinunciano a curarsi. Le povertà relazionali di una città in cui quasi una famiglia su due è di una persona sola. L’interesse del racconto sta nei paradossi condivisi dalle élite: due redditi che non bastano e l’impresa madre chiamata a usare il proprio peso per imporre dignità del lavoro lungo la filiera, il credito riportato ad atto di fiducia e prossimità, ben altro dalla teoria dello sgocciolamento che promette ciò che non si verifica mai, sino a denunciare in tempi di AI il capitalismo dell’attenzione chiedendo di governare i dati pubblici come bene comune, riserva aurea che altrimenti useranno altri a fini privati. Ricordando che il degrado dei luoghi è degrado degli uomini.

Richiamo a essere comunità operosa davanti alla testimonianza del margine. Perché le economie fondamentali, abitare, energia, mobilità, cura, un tempo presidiate da welfare e municipalizzate, oggi lo sono dal capitalismo delle reti. Questione sociale visibile nelle città del piccolo grande nord. Diventa questione economica anche per la tenuta di quel capitalismo di territorio che mobilita gli assessori regionali e si confronta con le reti della logistica e dei data center per competere. Non basta puntare sul terziario dei lavori del comando e della tecnica a base urbana che fanno megalopoli con tanto di gig economy dei servizi, con in mezzo una manifattura in metamorfosi che ancora tiene nelle turbolenze. Non c’è smart city senza smart land e senza social city.

bonomi@aaster.it

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