La legge Valditara, il restringimento dello spazio civico e la resistenza per una scuola libera e democratica
La legge 104, la cosiddetta legge Valditara, è stata approvata all’inizio dell’estate, a ridosso della fine della scuola: un momento in cui è particolarmente difficile costruire una mobilitazione ampia nel mondo scolastico.
Nonostante ciò, in poche settimane sono state raccolte le firme necessarie per chiederne il referendum abrogativo: è un risultato importante, tutt’altro che scontato, che mostra come intorno alla scuola, alla libertà di insegnamento e all’educazione sessuo-affettiva esista un insieme ampio e plurale di persone e realtà che cerca strumenti per farsi sentire.
E la posta in gioco è alta, così come sono fortissimi gli attacchi che le destre stanno muovendo alla scuola, al contrasto alla violenza di genere e, più in generale, agli spazi di libertà e dissenso.
La legge 104 impone alle scuole di chiedere il consenso scritto preventivo dei genitori per la partecipazione ad attività che riguardano temi attinenti alla sessualità. Senza il via libera della famiglia, l’alunno o l’alunna non potrà partecipare e la scuola dovrà garantire attività formative alternative. Per la scuola dell’infanzia e la scuola primaria viene invece introdotto direttamente il divieto di svolgere attività didattiche e progettuali legate a questi temi.
Le conseguenze vanno ben oltre l’introduzione di una nuova procedura.
Innanzitutto, si pone un ulteriore limite alla libertà di insegnamento, in un contesto di intimidazioni reiterate nei confronti di docenti e dirigenti che in questi anni hanno espresso posizioni diverse da quelle del ministro Valditara: dalle minacce di misure disciplinari nei confronti della dirigente del liceo di Firenze che aveva scritto agli studenti parlando loro di antifascismo, alla sospensione di Christian Raimo, fino alle ispezioni ministeriali legate alle iniziative delle scuole sul genocidio in Palestina.
La legge rischia poi di scoraggiare ulteriormente l’educazione sessuo-affettiva, che in Italia già non è prevista obbligatoriamente nel percorso scolastico: un’anomalia in Europa, dove sono nella nostra condizione solo Lituania, Cipro, Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria.
E questo avviene in aperta contraddizione con le raccomandazioni internazionali e con le evidenze educative promosse da OMS e UNESCO, che individuano da anni nell’educazione sessuo-affettiva uno degli strumenti fondamentali per prevenire la violenza di genere, promuovere il consenso, contrastare le discriminazioni e costruire relazioni più libere.
L’educazione sessuo-affettiva, infatti, non va considerata come un contenuto aggiuntivo o opzionale, ma poiché riguarda il modo in cui si costruiscono relazioni, si comprendono le emozioni e i rapporti di potere, costituisce una dimensione fondamentale dell’educazione. È su questo terreno che si possono prevenire fenomeni come la violenza di genere, il bullismo omolesbobitransfobico e la discriminazione. Se invece si continua a considerare questi temi come opzionali si mantiene una prevenzione intermittente e depotenziata. La violenza di genere è un fenomeno strutturale, che si costruisce nel tempo e attraversa le relazioni quotidiane: abbiamo bisogno di strumenti altrettanto strutturali per contrastarla veramente e non continuare a intaccare soltanto il problema.
C’è poi una questione fondamentale di disuguaglianza nell’accesso all’educazione.
In un sistema che già prima della legge 104 non garantiva un accesso uniforme all’educazione sessuo-affettiva, i nuovi vincoli procedurali promettono di approfondire le disuguaglianze già esistenti: alcuni percorsi, seppure con difficoltà, potranno continuare nei contesti più favorevoli, mentre negli altri contesti vedono un serio rischio di essere bloccati. E a rimanerne fuori dai percorsi potrebbero essere proprio le persone che più avrebbero bisogno di questi strumenti. Nelle famiglie più aperte e informate sarà più facile ottenere il consenso alla partecipazione, mentre nei contesti più rigidi, dove pesano maggiormente stereotipi o forme di controllo, sarà invece più probabile che venga negato.
Si stravolge così il mandato costituzionale della scuola pubblica, chiamata a rimuovere le disuguaglianze, promuovere la piena partecipazione alla vita democratica e formare giovani persone libere, uguali e consapevoli, a prescindere dalle condizioni della famiglia in cui sono nate.
Invece, richiedendo il consenso dei genitori, la legge Valditara aggrava le situazioni di violenza in famiglia o difficoltà relazionali, ostacolando ulteriormente per i minori l’accesso a spazi che possono aiutare a riconoscere ciò che si vive e a chiedere aiuto.
Sono i dati a dirci quanto sia problematico immaginare la famiglia come uno spazio necessariamente sicuro dal quale far dipendere l’accesso a questi strumenti. Secondo la III Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, dalla Fondazione Terre des Hommes Italia e dal CISMAI (2025), nell’87% dei casi di maltrattamento sui minori l’autore appartiene alla cerchia familiare. Mentre, secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2025 l’87,6% delle donne uccise è morta in ambito familiare o affettivo, 62 delle quali per mano del partner o dell’ex partner.
Particolarmente grave è poi la scelta di vietare nella scuola dell’infanzia e primaria qualunque attività didattica nell’ambito della sessualità. Una scelta che va in senso opposto agli standard internazionali e priva bambini e bambine di quello che viene indicato dall’OMS come un diritto di bambini e bambine, fondamentale per il loro benessere e per la loro sicurezza. Invece il divieto di affrontare l’educazione sessuo-affettiva nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria esclude proprio le fasce d’età in cui si costruiscono le prime rappresentazioni del corpo, delle relazioni e dei confini.
Intanto, nel nostro Paese diverse forme di violenza che coinvolgono ragazzi e ragazze occupano sempre più spazio nel dibattito pubblico, ma la risposta del Governo si è incentrata sulla repressione, senza investire risorse sulla prevenzione del disagio giovanile e sulla salute mentale, mentre si restringono proprio gli spazi educativi nei quali sarebbe possibile lavorare sul benessere e la consapevolezza.
Come COSPE siamo parte di Educare alle Differenze, una rete di oltre 15 associazioni attive su tutto il territorio nazionale che dal 2014 lavora per una scuola pubblica, laica e inclusiva. Siamo la più grande rete italiana che si occupa di educazione in un’ottica di genere, capace di costruire opportunità fin dalla primissima età per promuovere inclusione e uguaglianza come antidoti a pregiudizi, discriminazioni e violenze.
In questi anni abbiamo raccolto tanti bisogni di ragazzi e ragazze, docenti e famiglie. Sappiamo quanto sia difficile ma necessario trovare le parole per affrontare con adolescenti questioni legate alla crescita, alla sessualità, alla condivisione di immagini intime, alla violenza e al rispetto reciproco nelle prime relazioni sentimentali. Pornografia online, sexting, consenso, gelosia: l’educazione sessuo-affettiva non introduce questi temi nella scuola. Al contrario, prova a fornire strumenti per comprendere fenomeni che sono già presenti nelle vite delle persone giovani e che continueranno a esserlo indipendentemente da qualsiasi legge, prova a rendere la scuola un luogo di conoscenza dove abbattere paure e tabù per costruire benessere e fiducia.
Gli interventi normativi e la direzione che si sta dando al dibattito pubblico dominante indicano invece come la scuola venga assunta dalla destra come terreno di disciplinamento e indottrinamento ideologico: uno spazio nel quale restringere progressivamente ciò che può essere nominato, discusso e messo in questione, mentre si rafforza una precisa rappresentazione della società, della famiglia e dell’identità nazionale.
Lo vediamo sul terreno della violenza di genere, attraverso la sua invisibilizzazione e neutralizzazione – il cui contrasto viene sempre più ricondotto allo sfumato concetto di “educazione al rispetto” – e attraverso la psicosi della cosiddetta e inesistente “teoria gender”, da cui deriva la legge Valditara e che continua a essere utilizzata per delegittimare percorsi educativi su genere, corpi e sessualità.
Ma lo vediamo anche sul piano del razzismo. Dentro la scuola e fuori la pluralità e le differenze vengono rappresentate come una minaccia, usata per paventare uno “scontro tra civiltà” che diventa funzionale alla costruzione di un’identità nazionale sempre più rigida ed escludente. La retorica dell’Europa sotto assedio, le strumentalizzazioni sull’Islam, la proposta di legge popolare sulla cosiddetta “remigrazione”, il potenziamento delle politiche di rimpatrio e il cosiddetto disegno di legge “anti-maranza” sono espressioni diverse di questo stesso immaginario politico.
La scuola da infrastruttura democratica diventa invece ambito cardine di questa costruzione. A luglio, la Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera ha approvato la cosiddetta “risoluzione anti-islamizzazione” che impegna il Governo a contrastare ogni forma di propaganda e indottrinamento nelle scuole, introducendo un maggior controllo sui progetti esterni con il consenso delle famiglie, una rigida neutralità nell’insegnamento e il divieto di indossare indumenti che coprono il volto all’interno degli istituti. La genesi di questo provvedimento rivela un’impostazione assimilazionista ed eurocentrica che era d’altronde già chiaramente presente nelle Nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo, dove la cultura italiana tende a essere rappresentata come un blocco internamente omogeneo, separabile da ciò che viene collocato al suo esterno. Emblematico, in questo senso, è anche il passaggio del canale Rai Scuola al nuovo canale “Italiana” dedicato alla valorizzazione dell’identità culturale e delle tradizioni del Paese.
Ed ecco che gli impegni per il Governo contenuti nella risoluzione trovano attuazione: il 24 settembre il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge che introduce, a partire dall’anno scolastico 2027/28, un tetto del 30% nelle classi prime di scuola primaria e secondaria per gli alunni con cittadinanza non italiana.
Questa misura, adottata con il frequente uso disinvolto dello strumento del decreto legge, non essendo chiari tuttavia i necessari presupposti di necessità e urgenza, appare soprattutto come uno strumento di propaganda che sposta l’attenzione dai problemi reali delle scuole e dalla drammatica carenza di risorse necessarie per affrontarli. Una classe eterogenea non funziona meglio semplicemente spostando gli studenti: servono insegnamento dell’italiano L2, recupero delle competenze di base, mediazione linguistico-culturale e strumenti che sostengano il rapporto tra scuola e famiglie. Servono docenti, continuità e strutture adeguate. Risorse la cui carenza finisce, come sempre, per pesare soprattutto su chi parte da condizioni sociali ed economiche più svantaggiate.
Ma provvedimenti come questo non sono soltanto propaganda e il piano del simbolico produce effetti pesanti, andando a costruire un immaginario sempre più razzista, spostando ancora più avanti la soglia di accettabilità di misure di segregazione. E hanno conseguenze sulle persone che di questo discorso pubblico sono oggetto: ragazze e ragazzi che ascoltano parlare di “remigrazione”, di invasione, di quote e limiti, che si sentono sempre più sotto assedio e sempre meno parte della società in cui vivono. Contrastare questo immaginario e gli effetti che produce è una responsabilità che, come società civile, dobbiamo assumerci.
La legge Valditara non va dunque letta isolatamente. Si inserisce in una sequenza di provvedimenti, linee guida, circolari e interventi politici che stanno ridefinendo il ruolo della scuola pubblica. La questione non è soltanto quali singoli contenuti possano entrare o meno nelle aule, ma quale funzione si voglia attribuire alla scuola: se possa essere uno spazio in cui imparare a leggere criticamente la realtà e confrontarsi con la sua complessità, oppure uno spazio da sorvegliare, delimitare e controllare, nel quale la pluralità viene progressivamente ridotta e ricondotta entro confini politici, culturali e identitari sempre più stretti.
Una dinamica che non riguarda soltanto la scuola, ma si inserisce nel più generale restringimento dello spazio civico italiano che nel rapporto People Power Under Attack 2025, CIVICUS ha declassato da “Ristretto” a “Ostruito”, segnalando limitazioni crescenti alla libertà di protesta e altre forme di pressione sul dissenso.
Eppure, resistiamo. A partire dalle scuole, dove ci sono insegnanti che continuano a costruire percorsi e a utilizzare tutti gli spazi che la normativa ancora consente; studenti e studentesse che si organizzano; associazioni, sindacati, famiglie ed enti locali che cercano strumenti per non lasciare sole le persone che vivono la scuola.
È proprio per sostenere chi continua a portare avanti questi percorsi che, come Rete Educare alle Differenze, abbiamo aggiornato alla luce della legge 104 il Vademecum “L’educazione sessuo-affettiva non è un gioco”. Uno strumento pensato per conoscere i limiti e tutelarsi ma anche gli spazi che restano aperti e continuare ad attraversarli. Perché l’effetto di una legge va oltre ciò che formalmente vieta: condizionare alcuni temi a un’autorizzazione li rappresenta come controversi o pericolosi, alimentando sospetto e autocensura anche dove sarebbe ancora possibile agire.
Un altro segnale importante è arrivato dal referendum abrogativo sulla legge 104, che in pochissimo tempo ha raccolto più di 550 mila firme. Ora si tratta di fare in modo che quella spinta non si esaurisca nella raccolta firme, ma continui e diventi parte di un movimento generativo molto più largo: dentro le scuole, nei territori, nei sindacati, nei movimenti, nelle amministrazioni locali.
È anche con questo obiettivo che il 26 e 27 settembre 2026, all’Istituto Superiore Alfonso Casanova di Napoli, la Rete Educare alle Differenze è tornata a riunirsi per il Meeting nazionale annuale: due giornate di formazione, confronto e partecipazione, attraversate da più di 1.300 persone arrivate da tutta Italia, per ritrovarsi, ricompattare il mondo educativo e costruire insieme le rivendicazioni e le iniziative da portare avanti nei mesi successivi.
Come sempre gratuito, il Meeting ha ospitato 30 laboratori, insieme a tavole rotonde, presentazioni di libri e toolkit educativi, mostre, teatro, approfondimenti politici, banchetti, spazi libreria e momenti di convivialità.
Un appuntamento unico in Italia, che mette insieme scuole, associazioni, servizi, centri antiviolenza, enti locali, sindacati e movimenti. Uno spazio da cui usciamo con una spinta rinnovata a mobilitarci per la scuola e la società che vogliamo e con un orizzonte condiviso di lotte e resistenza per l’anno che abbiamo davanti, forti delle alleanze rinsaldate o appena nate, che ci accompagneranno fino all’edizione del 2027 a Torino!
Margherita Accornero, 28 settembre 2026