Il ritmo di Harlem: grande ritorno del "narratore d'America" Colson Whitehead

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Carney poteva essere un tantino disonesto, ma non era certo un delinquente, nella pratica come nelle ambizioni. Qualche gioiello qua e là, gli elettrodomestici che Freddie e qualche altro personaggio locale gli portavano in negozio, quello poteva giustificarlo. Niente di grosso, niente che attirasse troppo l’attenzione sul negozio, sulla facciata che presentava al mondo. (Il ritmo di Harlem)


Trilogia di Harlem, la lettera d'amore di Colson Whitehead termina con Freddo come una macchina

Dopo lo straordinario successo de I ragazzi della Nickel e dopo la vincita di un doppio Premio Pulitzer nel 2017 e nel 2020, l'autore ci ha regalato ancora una volta una vera e propria perla della letteratura: una trilogia di rocamboleschi romanzi ambientata in un habitat urbano che è ormai un simbolo per tutti gli afroamericani e gli afrodiscendenti.

Il ritmo di Harlem ci ha fatto fare un'immersione negli anni Sessanta, ascoltare un po' di musica jazz, ma soprattutto ci ha fatto leggere una lettera d'amore dedicata al ritmo travolgente del quartiere più multietnico e artistico di New York.

Con Manifesto criminale Colson Whitehead ha proseguito il suo straordinario inno ad Harlem – ritratta, ancora una volta, in tutta la sua gloria e il suo squallore. La città in cui lo scrittore è cresciuto si regge sulla corruzione, le minacce, l’ambizione, l’incompetenza e, a volte, solo sull’orgoglio.

Ora, termina la sua Trilogia di Harlem con il romanzo Freddo come una macchina, in cui racconta una città in continuo mutamento, tra grattacieli scintillanti e squallidi rifugi sotterranei. E per questa importante occasione, l'autore sarà in Italia a novembre.

Colson Whitehead in Italia: l'evento inaugurale di BookCity Milano 2026

Un'occasione imperdibile per tutti i lettori per incontrare dal vivo il due volte Premio Pulitzer: lunedì 23 novembre 2026 (ore 20:00), Colson Whitehead sarà l'ospite d'onore della serata di apertura della 15ª edizione di BookCity Milano al Teatro Dal Verme.

In un incontro condotto da Giovanna Zucconi, lo scrittore sarà in dialogo con il giornalista Francesco Costa per un viaggio profondo nella cultura e nell'attualità degli Stati Uniti, ripercorrendo la storia americana attraverso la lente della sua letteratura. Per l'occasione, l'autore riceverà dal Sindaco Giuseppe Sala il Sigillo della Città di Milano, un prestigioso riconoscimento alla sua straordinaria capacità di intrecciare memoria collettiva, trasformazioni urbane e grande narrativa nella sua ormai iconica Trilogia di Harlem.

Freddo come una macchina: l'epilogo degli anni Ottanta e della Trilogia di Harlem

Con Freddo come una macchina, Colson Whitehead chiude magistralmente la sua acclamata Trilogia di Harlem, spingendoci fino al decennio degli eccessi per raccontarci una città in continuo e feroce mutamento.

La narrazione compie un triplo salto temporale, iniziando nel 1981. New York sta faticosamente riemergendo dalla rovina finanziaria, trascinata dallo sviluppo immobiliare sfrenato e dal capitalismo predatorio dell'era Reagan. In questo scenario ritroviamo Ray Carney, ormai stimato negoziante e da poco nominato Rivenditore del Mese della Sterling Furniture Co. Ma quando le banche negano a sua moglie Elizabeth un prestito fondamentale per ampliare l'agenzia di viaggi di famiglia, Ray non vede altra via d'uscita se non quella di tentare un ultimo, rischioso colpo.

Nel 1983, i riflettori si spostano su Pepper, l'amico e storico complice di Carney. Considerato da alcuni un sociopatico e da altri un formidabile ladro, Pepper inizia a sentire il peso degli anni, ma accetta comunque un ultimo favore per Elizabeth: scortare un cliente in una delicata compravendita di opere d'arte nel mercato nero dell'East Village. Pur essendo un mondo a lui del tutto estraneo, Pepper si renderà conto che, ovunque in città, si parla ormai l'unica lingua che conosce alla perfezione: quella della violenza.

L'atto finale ci porta nel 1986. Sono passati vent'anni da quando Carney ha perso suo cugino Freddie, ed è ancora tormentato dai sensi di colpa. Quando si presenta l'occasione definitiva per riscattarsi e mettere al riparo suo figlio dalle brutte compagnie, Ray decide di fare di nuovo squadra con Pepper. Ma questa scelta lo porterà davanti al dilemma più grande: rischiare di distruggere quella sicurezza familiare che ha impiegato interi decenni a costruire.

In Manifesto criminale torna Ray Carney, e sta rigando dritto

Ebbene sì, in Manifesto criminale Colson Whitehead riprende la storia di un Ray Carney che riga dritto. Dopo quattro anni, il suo passato da ricettatore è quasi un ricordo e il suo negozio di mobili sulla 125th Street macina affari onesti.

Iniziamo la nostra lettura nella New York del 1971: la spazzatura si accumula per le strade e infuriano incendi dolosi, il livello di criminalità è ai massimi storici, la città scivola verso la bancarotta ed è guerra aperta tra la polizia e il Black Liberation Army. Il contesto non sembra aiutare molto il protagonista a mantenersi sulla retta via.

Infatti, quando Ray non riesce a trovare i biglietti del concerto dei Jackson 5 per sua figlia May, non ci pensa due volte a rispolverare un vecchio contatto in polizia, il detective Munson, una sorta di garante del malaffare nelle sue più svariate espressioni. E nello spazio di una telefonata, Ray Carney rientra nel giro.

Dentro o fuori, ci sono delle costanti nella vita: una di queste è Pepper, ex partner nel crimine e sorta di “zio” acquisito dei figli di Ray, che Carney richiama per un lavoretto di security in una produzione cinematografica Made in Harlem scaraventandolo in un mondo fatto di capricciose star hollywoodiane, spacciatori, gangster e sicari.

Sarà ancora a Pepper che tornerà a rivolgersi il venditore di mobili nel 1975 quando, sullo sfondo di una Harlem che brucia isolato per isolato, decide di mettersi sulle tracce di folli piromani manovrati da politici locali per losche speculazioni...

Manifesto criminale si traduce così in un racconto cupo e divertente di una città sotto assedio, ma anche una riflessione sul significato di famiglia. Il caleidoscopico ritratto di Harlem di Colson Whitehead rimarrà sicuramente una delle più grandi evocazioni di un luogo e di un'epoca.

Dicono di Manifesto criminale


Non si tratta solo di giallo al suo livello più abile, ma anche di una sagace rappresentazione della storia sociale. - Kirkus Reviews

L'autore vincitore di due Pulitzer, Whitehead, non dà segni di volersi riposare sugli allori. Manifesto criminale prosegue la brillante sequenza iniziata con Il ritmo di Harlem, raffigurando in modo intricato la storia culturale e il dramma familiare con l'energia avvincente di un thriller criminale e l'acume tagliente di una satira sociale. Harlem stessa è uno dei protagonisti principali, e ci sono echi di altri cronisti di questa città, come James Baldwin e Chester Himes. Nell'ambizione e nella portata, nel modo in cui l'intimo è intrecciato con maestria all'epico, si avverte anche il richiamo di Balzac. Whitehead si è imbarcato in una grande "comédie humaine" tutta sua. - The Guardian

Manifesto criminale di Colson Whitehead è un trattato sbalorditivo, un'anatomia gloriosa e intricata del colpo, dell'inganno e del gioco lento. C'è certamente un elemento di crimine qui, ma come nei libri precedenti di Whitehead, il genere non è il punto centrale. Qui utilizza il romanzo poliziesco come una lente per indagare sulle dinamiche di un singolare quartiere in un preciso momento di svolta temporale. - The New York Times

Si tratta di romanzi polizieschi, sì, divertenti e dal ritmo incalzante. Ma sono anche le prime due puntate di una grande epopea storica. La scrittura di romanzi al suo meglio. Più grande e migliore, insieme, di qualsiasi cosa Whitehead abbia scritto prima. - The Washington Post


Il ritmo di Harlem rivela i cambiamenti storici del quartiere e dei suoi abitanti

La storia di Harlem e dei suoi primi abitanti appartenenti alla comunità nera inizia nel XX secolo, ma già negli anni Venti il numero delle persone all'interno del quartiere era quadruplicato.

Proprio per questo, il centro della città diventa il fulcro del movimento culturale nero, chiamato il rinascimento di Harlem: le produzioni artistiche, lo sviluppo del jazz, dei primi ritmi hip hop, gli spettacoli culturali riservati inizialmente solo a persone bianche...

Il quartiere della Grande Mela che ritroviamo nel romanzo di Colson Whitehead porta solo gli strascichi di questo periodo fortunato: dopo la Seconda guerra mondiale la zona diventò la destinazione di molti immigrati.

Persone con poche possibilità e fortemente emarginate, che fecero crescere il tasso di disoccupazione e, di conseguenza, la criminalità. Malfamato e decadente, il sobborgo all'interno dell'isola di Manhattan rimase comunque un forte centro commerciale per gli afroamericani della zona.

Ray Carney, un venditore quasi onesto

In questo contesto si introduce Ray Carney, il protagonista de Il ritmo di Harlem, un tranquillo venditore di mobili che conduce una vita umile e onesta. O almeno questa è la facciata apparente.

La sua discendenza appartiene a un'illustre stirpe di criminali del quartiere, e quando i soldi iniziano a scarseggiare a causa dei pagamenti a rate che concede ai suoi clienti, accettare la proposta del cugino Freddie di rapinane l'Hotel Theresa inizia a diventare un'ipotesi plausibile...

Pur negando a se stesso di servire come intermediario tra il mondo del crimine e quello onesto, Ray diventa l'architetto di piani sempre più ambiziosi che prendono di mira alcune delle persone più potenti di New York City. Del resto non sono molte le cose che può fare un nero per affermarsi in un contesto sociale diverso, che lo rifiuta.

Davanti a lui non si stendeva una Nuova Frontiera infinita e munifica – quella era per i bianchi –, ma questa nuova terra era grande almeno qualche isolato, e a Harlem qualche isolato era tutto. Qualche isolato era la differenza tra gran lavoratori e delinquenti, tra opportunità e fatica ingrata.

Quando i neri altolocati del signorile Dumas Club gli rifiutano l'ammissione al loro circolo, Carney inizia a cercare un modo per fargliela pagare. E Whitehead ci apre il sipario per farci vedere cosa c'è dietro alle mirabolanti avventure in cui il suo protagonista viene coinvolto:

un'indagine che l'autore conduce in parallelo sulla natura scivolosa della moralità e del potere, sulle ingiustizie razziali e sull'impossibilità di cambiare la propria gerarchia sociale.



Il resoconto storico popolare del "narratore d'America"

Il ritmo di Harlem è, dunque, un romanzo coinvolgente e di straordinario intrattenimento: una storia di rapine, di estorsioni e di ricettatori nella Harlem degli anni Sessanta.

Lo stesso Colson Whitehead ha confessato di essersi ispirato a film come Rififi e Ocean's Eleven per raccontare il grande colpo allo storico Hotel Theresa, che arriva al suo apice proprio quando la rapina non va come previsto.

Inizia qui il vero ritmo, tra pericolosi malviventi e detective ostinati, su cui Ray Carney balla sul filo del rasoio, cercando di sopravvivere e di mantenere intatta la sua reputazione di uomo onesto.

Ma la storia di Ray è soprattutto una saga familiare ben mascherata da romanzo poliziesco, oltre che un libro sociale su razza e potere. La distinzione che il protagonista fa tra downtown e uptown divide il limite sociale tra la comunità nera e quella bianca.

Ma questo è solo uno dei tanti puntini che Whitehead unisce nel suo resoconto storico popolare degli anni Sessanta e di Harlem: la musica di strada, la nuova moda della televisione, le radio che iniziano la loro decadenza, e ancora i mobili, gli arredamenti e i colori iconici per quegli anni...

New York, questa è la città

I romanzi di Whitehead sono ambientati in varie parti degli Stati Uniti, ma alla fine le sue storie tornano sempre ad Harlem e New York City. Ray Carney, ad esempio, attraversa parti di Harlem e del centro di Manhattan che i lettori possono anche individuare ne I ragazzi della Nickel, Sag Harbor, L'intuizionista.

Più di ogni altro, Il ritmo di Harlem è un romanzo d'amore dedicato alla città di New York e al quartiere in cui i genitori dell'autore sono vissuti. In un'intervista al New York Times, ha dichiarato

“Ho descritto una Harlem in declino negli anni '50 e '60. Ora è gentrificata e rivitalizzata. Questa è la città. Viene sempre messa a tacere. Dall'11 settembre, dal Covid, ma poi ci riprenderemo" [...] “Se leggi la storia di New York in generale, ci sono incendi, c'è la febbre gialla, guerre con i nativi americani, guerre con gli inglesi. La città è in fiamme. E poi torna. Poi ricostruiamo. E questa vitalità, per me, è una cosa bellissima a cui pensare".

Recapiti
Redazione Libri Mondadori