Diciamocelo: quando si è saputo che l’America’s Cup sarebbe arrivata a Napoli, in tanti hanno storto il naso. Troppo caos, troppa organizzazione da mettere in piedi, troppi dubbi su una città che si ama e si critica con la stessa passione. Qualcuno ha scommesso che non sarebbe andata bene. E invece.
Le regate preliminari della 38ª America’s Cup sono state una delle cose più belle che la mia città abbia visto negli ultimi anni. Te lo dico da napoletana, ma anche da dentro, perché ho avuto la fortuna di viverle come Storyteller Ufficiale dell’evento. Quindi sì, ti racconto com’è andata davvero.
Quando il lungomare diventa un villaggio internazionale
Per la prima volta una manifestazione di questa portata è arrivata a Napoli, e si è sentito subito. Camminando sul lungomare l’aria era diversa: bandiere, lingue che si mescolavano, sguardi all’insù e verso il mare, come quando la città si ricorda di essere bellissima e si mette in posa.
Non era soltanto una competizione sportiva. Era una festa diffusa, una di quelle che non stanno dentro un recinto ma si allargano a tutti. Sugli scogli sono state allestite delle piattaforme aperte al pubblico, pensate perché chiunque, senza biglietti né pass, potesse assistere alle regate da vicinissimo. Mi ha colpita vedere famiglie, ragazzi, anziani con il naso all’insù e lo sguardo fisso sull’acqua, tutti sulla stessa roccia, tutti con la stessa attesa. Napoli che si siede in prima fila sul proprio mare.
Il Race Village alla Rotonda Diaz: la festa di tutti
Per chi non trovava posto sugli scogli, c’era un luogo dove fermarsi e lasciarsi semplicemente trasportare: il Race Village, allestito alla Rotonda Diaz, quel tratto di Mappatella Beach che noi napoletani conosciamo a memoria e che per quattro giorni si è trasformato in qualcosa che non avevamo mai visto. L’ingresso era gratuito e aperto a tutti, con maxischermi dove seguire ogni manovra, sedie a sdraio gratuite dove sedersi con calma e un’area food con tutti gli sponsor, e sullo sfondo il Vesuvio e quel profumo di mare e di festa che solo qui sa essere così.
Ricordo soprattutto le persone: decine di migliaia, secondo chi ha contato, con oltre centomila ingressi sul lungomare nei giorni dell’evento, tra turisti incuriositi, napoletani con la bandierina in mano e bambini che non riuscivano a staccare gli occhi dagli schermi. Ho visto anche i più piccoli alle prese con un Optimist e i primi nodi, grazie alla Federazione Italiana Vela, e ho pensato che, per una città di mare come la nostra, era un modo bellissimo di ricordarsi da dove veniamo.
Sei team, nove barche e un solo grande spettacolo
Se la vela non è il tuo mondo, ti basta sapere questo: le barche che hanno regatato a Napoli sono gli AC40, monotipo volanti lunghe poco più di undici metri e capaci di superare i 40 nodi, tutte identiche, quindi a fare la differenza sono solo la testa e le mani di chi le guida. In acqua c’erano nove barche e sei team: Emirates Team New Zealand, il detentore della Coppa, GB1, Luna Rossa, Tudor Team Alinghi, La Roche-Posay Racing Team e, al debutto in questo ciclo, American Racing Challenger Team USA. Tre squadre, Luna Rossa compresa, hanno schierato anche un secondo AC40 con gli equipaggi Women & Youth, e devo dire che da donna vedere ragazze e ragazzi così giovani regatare a quei livelli mi ha fatto un effetto particolare.
Un dettaglio che ti fa capire quanto questo evento sia anche un grande palcoscenico internazionale: dietro ai nomi dei team ci sono i marchi che li sostengono. Il titolo dell’intera manifestazione porta la firma di Louis Vuitton, Title Partner della 38ª America’s Cup, con Omega come cronometrista ufficiale, mentre gli svizzeri di Alinghi regatano con il nome di Tudor, i francesi con quello di La Roche-Posay e i neozelandesi con quello di Emirates. Una vetrina in cui Napoli si è ritrovata, per la prima volta, al centro del mondo.
Tre giorni di regate, tra vento che va e vento che arriva
Il formato è semplice anche per chi, come me, non è un’esperta: si corrono le regate di flotta, si sommano i punti e le due barche con il punteggio più alto si sfidano nel match race finale, una sola regata testa a testa. Il primo giorno è partito con quasi tre ore di ritardo per il poco vento, e quell’attesa, con il Golfo coperto di nuvole e le persone che scrutavano l’orizzonte come se il vento potesse arrivare a comando, è stata già di per sé un pezzo di racconto. Poi il vento è arrivato, e con lui le emozioni.
Sabato la squadra francese di La Roche-Posay ha impressionato tutti per velocità e lucidità tattica, e i ragazzi di ARC Team USA, al loro debutto, si sono guadagnati gli applausi di tutti con un regata bellissima e tutt’altro che scontata. Alinghi ha sfiorato un risultato importante e lo ha perso per una sola strambata sbagliata, e GB1 ha vissuto un weekend difficile, con lo sguardo già rivolto al grande AC75 del 2027. Ma il vero protagonista, dall’inizio alla fine, è stato uno solo.
Luna Rossa: la vittoria che ha fatto esplodere il lungomare
Domenica, con il mare di Napoli in condizioni ideali e il vento di brezza che permetteva di controllare ogni manovra, Peter Burling e Marco Gradoni, con Maria Giubilei e Gianluigi Ugolini, hanno portato Luna Rossa a dominare la giornata senza farsi mai superare a nessuna boa, in tutte e tre le regate disputate: le due di flotta e la finale. Nella finale contro Emirates Team New Zealand, i detentori della Coppa e i più forti del mondo, Luna Rossa ha coperto ogni mossa dei neozelandesi con una precisione da manuale, li ha costretti a navigare nell’aria sporca e ha preso un vantaggio di oltre duecento metri nell’ultima bolina, fino ai circa trecentocinquanta sull’ultimo lato. Il traguardo ha portato 17 secondi di vantaggio sul tabellone ufficiale, ma sul lungomare ha portato molto di più.
Ho visto il momento esatto in cui una città intera si è lasciata andare. Cortei di barche in mare, bandierine che sventolavano ovunque, abbracci tra sconosciuti, occhi lucidi e cori spontanei, e io che, con il cuore a mille, continuavo a ripetermi che emozione.
A metà giornata si è giocata anche una sfida tutta al femminile e giovanile, vinta per un soffio da Emirates Team New Zealand Women & Youth su Luna Rossa 2 dopo un duello testa a testa fino all’ultima strambata, un antipasto promettente per le regate femminili e giovanili del prossimo anno. E quando il sole è calato sul lungomare, Luna Rossa è salita sul palco principale del Race Village a ritirare il trofeo davanti a un pubblico in delirio, accolta come una rockstar dalla sua gente.
Dal gommone dei fotografi e dalle terrazze del Castel dell’Ovo
Io ho avuto l’opportunità di vedere le barche da vicinissimo, direttamente dal gommone dei fotografi, in mezzo al mare, a pochi metri da quelle vele che sfrecciano, con il vento in faccia e gli spruzzi sul viso e il rumore dell’acqua che si spacca sotto gli scafi. È stato talmente emozionante che faccio fatica a raccontarlo a parole, e di mestiere dovrei saperlo fare.
E poi c’è stato il Castel dell’Ovo, che finalmente ha riaperto le sue porte e che per l’occasione si è trasformato nell’AC38 Club, un’hospitality esclusiva accessibile solo su invito. Da quelle terrazze, con il mare davanti e la storia di Napoli alle spalle, ho potuto ammirare da vicinissimo le coppe (la Coppa America, argento del 1848, e la Louis Vuitton Cup, proprio lì, con il Golfo e Posillipo alle spalle), assistere alle regate con un calice in mano e assaggiare alcune delle specialità della Campania, con perfino il caffè servito in tazze di cristallo, perché Napoli non rinuncia mai a presentarsi come sa.
Lo spettacolo di luci sul Castel dell’Ovo
A chiudere il cerchio è arrivato lo spettacolo di luci sulla facciata del Castel dell’Ovo, e non ti nascondo che mi sono venuti i brividi. Il castello, che ha visto passare secoli di storia, si è acceso di colori davanti a una città con il naso all’insù, regalando un momento che difficilmente dimenticherò. È stato il modo più bello per salutare questi giorni, e forse anche per capire che quello che stavamo vivendo non era soltanto un evento, ma un pezzo di memoria collettiva.
Questo è stato solo un assaggio. Prossime date nel 2027
E che dire? È stata una grande festa che ha coinvolto tutta Napoli. Ma è stata soltanto l’antipasto.
Perché l’America’s Cup tornerà a Napoli per il gran finale, e lo farà in grande stile, con un calendario che ti porterà dalla primavera fino al cuore dell’estate del 2027, dal 22 maggio al 19 luglio. Il via sarà il 22 maggio con la Louis Vuitton Cup, la selezione degli sfidanti che si concluderà il 4 luglio e che deciderà chi avrà il diritto di affrontare i neozelandesi. In mezzo ci saranno le giovani promesse della Youth America’s Cup, dal 2 al 6 giugno, e le veliste della Women’s America’s Cup, dal 5 al 9 luglio, due appuntamenti che da donna e da narratrice di viaggi non vedo l’ora di vivere da vicino. Poi, dal 10 al 19 luglio, arriverà il momento che tutti aspettano: l’America’s Cup Match, la sfida finale per il trofeo sportivo più antico del mondo, che per la prima volta nella storia si giocherà in Italia, nel nostro golfo.
Segna le date, prenota con anticipo e non perderla, perché vedere i grandi AC75 volare davanti al Vesuvio sarà qualcosa che racconteremo per anni.
E se ti stai ancora chiedendo perché proprio Napoli, basta guardare le sue immagini da cartolina: il golfo, il Vesuvio, il Castel dell’Ovo che si specchia nell’acqua e una città che, quando decide di farsi bella, non ha bisogno di nessun set. Un palcoscenico che non si può inventare, si può solo lasciare brillare.