“L’Odissea crea un nuovo eroe rispetto all’Iliade e su di lui intende fondare una nuova letteratura. Al soldato valoroso sostituisce l’uomo d’ingegno, che la guerra se la lascia alle spalle; l’individuo riflessivo e pianificatore, che parla con la propria intelligenza e si nutre non del sogno di una gloria imperitura, ma della coscienza e della volontà di restare soggetto alle leggi della condizione umana. Un individuo che preferisce invecchiare, cioè tenersi la libertà di decidere di volta in volta come affrontare la vita. Allo stesso tempo, l’Odissea crea pure un nuovo autore: un autore che è consapevole della sua rivoluzione e che entusiasticamente la professa. Ulisse e Omero, in un certo modo, si equivalgono: entrambi inseguono, dopo tutta la distruzione di cui ci parla l’Iliade, una nuova civiltà del cuore e della parola.”
Nicola Gardini
Ulisse: una nuova tipologia di eroe
La contrapposizione fra Iliade e Odissea a cui fa riferimento Gardini emerge concretamente a partire dalla parola con cui il poema si apre: polytropos, “l’uomo dai molti giri”, dalle molte vie, o, come viene spesso tradotto, uomo “multiforme”, “versatile”.
Non è un caso che l’Odissea non nomini subito Ulisse: prima ancora di attribuirgli un nome, lo descrive associandolo non a un’impresa, ma a un particolare modo di stare al mondo. È il segnale che il poema propone un “tipo eroico“ diverso da quello dell’Iliade, dove l’identità degli eroi era interamente racchiusa nel patronimico e nell’epiteto guerriero (il Pelide Achille; Ettore domatore di cavalli). Il nuovo eroe, dunque, non si esprime sul campo di battaglia ma nella capacità di leggere le situazioni, adattarsi, mentire quando serve, aspettare, riconoscere prima di essere riconosciuto. La mētis, l’intelligenza pratica, condita di astuzia, che tiene insieme calcolo e improvvisazione, diventa la virtù cardine al posto della biē, la forza fisica pura. Non per niente Ulisse è il protetto di Atena, dea dell’intelligenza tattica.
Un secondo punto interessante riguarda il rapporto con la morte e la gloria. Nell’Iliade (libro XI), Achille sceglie esplicitamente una vita breve ma gloriosa al posto di una lunga e oscura: la sua identità eroica si costituisce attraverso il sacrificio della durata in cambio della fama eterna, il kléos áphthiton. L’Odissea rovescia questa logica nell’episodio-chiave di Calipso (libro V): alla ninfa che gli offre l’immortalità se accetterà di restare con lei, Ulisse preferisce il ritorno a Itaca, cioè la vecchiaia, la moglie che invecchia con lui, una vita finita ma compiutamente sua. Ulisse sceglie di restare dentro il tempo umano, con tutto ciò che questo comporta in termini di libertà (poter ancora decidere) e di rischio (poter ancora perdere).
Sul piano dell’autore, la rivoluzione di cui parla Gardini emerge soprattutto nel modo in cui il poema riflette su se stesso. Al banchetto dei Feaci, l’aedo Demodoco canta la caduta di Troia. Ulisse, protagonista di quell’impresa, nell’udirlo scoppia in lacrime: per un momento l’eroe diventa spettatore della propria leggenda, dimostrando che l’epica è ben consapevole della sua natura di racconto. Subito dopo, nei libri IX-XII, è Ulisse stesso a prendere la parola e a narrare in prima persona le proprie avventure alla corte feacia: l’eroe diventa narratore. Il poema costruisce così, dentro se stesso, un piccolo teatro della propria arte: raccontare bene, con misura e verità – o con menzogne sapientemente studiate per ottenere un determinato scopo – è già una (nuova) forma di eroismo.
Perché possiamo definire l’Odissea una celebrazione della parola?
Nell’Odissea la parola è spesso più efficace della forza: Ulisse sconfigge Polifemo con un gioco di parole (il finto nome “Nessuno”); si presenta a Nausicaa e ai Feaci costruendo il proprio racconto con cura retorica; inventa più volte falsi resoconti di sé (le cosiddette “menzogne cretesi”) per proteggersi o mettere alla prova chi ha davanti. La parola, qui, è strumento di sopravvivenza, di identità e di potere, non semplice ornamento. In classe possiamo chiederci: cosa cambia quando questa “celebrazione della parola” passa a un medium fondamentalmente visivo come il cinema? Il fatto che Nolan scelga di far raccontare tre volte, da tre voci diverse, la caduta di Troia è un modo efficace per portare sullo schermo la centralità del racconto orale, o si tratta di un espediente tipicamente cinematografico, estraneo alla logica del poema?
In quali episodi simbolici Omero afferma l’importanza del suo lavoro letterario?
Demodoco che canta la guerra di Troia alla corte dei Feaci e Ulisse che piange ascoltando la propria storia (libro VIII); Ulisse che, subito dopo, diventa lui stesso narratore delle proprie avventure (libri IX-XII); l’aedo Femio, risparmiato durante la strage dei Proci proprio in virtù della sua arte, “insegnata da un dio” (libro XXII). Il canto/racconto non è mai “inerte”: commuove, salva una vita, ricostruisce un’identità. Nel film di Nolan, lo stesso evento cambia significato a seconda di chi lo racconta.
Come vengono rappresentati e utilizzati il tempo e lo spazio nell’Odissea?
Il poema non procede in ordine cronologico: si apre in medias res con Telemaco a Itaca (libri I-IV); passa a Ulisse presso Calipso e poi tra i Feaci (V-VIII), per poi tornare indietro di dieci anni attraverso il lungo racconto in prima persona di Ulisse (i libri IX-XII, gli Apologoi), prima di arrivare finalmente al ritorno e alla vendetta (XIII-XXIV). Rispetto alla relativa unità di tempo e luogo dell’Iliade (poche settimane sotto le mura di Troia), l’Odissea costruisce una geografia doppia: uno spazio “reale” (Itaca, Pilo, Sparta) e uno spazio fiabesco e disorientante (l’isola dei Ciclopi, quella di Circe, l’Ade, Scilla e Cariddi), che funziona anche come proiezione dello stato interiore del protagonista. È un punto su cui Nolan – regista notoriamente ossessionato dal tempo (Memento, Inception, Dunkirk, Tenet) – dichiara di essersi rifatto esplicitamente al modello omerico, costruendo il film su flashback e racconti-nel-racconto anziché raccontare le vicende in ordine cronologico, come avevano fatto molti adattamenti precedenti.
Qual è il messaggio più importante del libro dell’Ade?
Nel libro XI, tra le ombre evocate da Ulisse compare quella di Achille, che pronuncia una delle battute più citate del poema: preferirebbe essere un bracciante al servizio del più povero dei contadini, piuttosto che regnare su tutti i morti. È un rovesciamento esplicito e ironico della scala di valori dell’Iliade: l’eroe della gloria eterna, dall’aldilà, rimpiange la vita più modesta, ma vissuta. È la conferma del punto di vista di Ulisse descritto da Gardini: meglio invecchiare che essere ricordati per sempre.
Quali sono i difetti più lampanti di Ulisse e quali i suoi pregi più evidenti?
Tra i pregi: l’intelligenza pratica, l’autocontrollo (sopportare insulti e travestimenti senza tradirsi), la capacità affabulatoria, la resilienza. Tra i difetti: la vanità che lo spinge a rivelare il proprio nome a Polifemo dopo essersene già liberato (gesto che scatena la maledizione di Poseidone e prolunga di anni il suo viaggio), una certa spregiudicatezza nell’ingannare anche chi gli è vicino, la violenza spesso sproporzionata (la strage dei Proci). Si può discutere se questi “difetti” siano tali secondo l’etica greca arcaica o solo secondo la nostra sensibilità contemporanea. Diverse recensioni del film di Nolan insistono sul fatto che la sceneggiatura sposti l’accento sul conflitto interiore di Ulisse più che sulle sue azioni: è un’occasione per interrogarsi sul fatto se rendere più “psicologico” un eroe antico lo renda più comprensibile o lo tradisca.
Come descriveresti il personaggio di Penelope?
Penelope non è un personaggio passivo: la sua mētis rispecchia quella del marito, dal celebre stratagemma della tela disfatta di notte alla prova finale del letto costruito attorno a un ulivo vivo, con cui verifica l’identità di Ulisse mettendolo alla prova. È un personaggio che gioca sull’ambiguità, sul silenzio strategico, sull’attesa come forma di potere, non di semplice sopportazione. Vale la pena portare in classe una controversia reale nata proprio attorno al film di Nolan: la traduttrice e grecista Emily Wilson ha scritto che la Penelope di Anne Hathaway le è parsa priva di scopo; altri critici hanno risposto che il suo ruolo nel film è centrale e deliberatamente “performativo“. È un buon pretesto per discutere di quanto sia difficile restituire sullo schermo l’intelligenza defilata di Penelope senza rischiare che venga scambiata per passività.
In che fase della vita si trova Telemaco?
Telemaco attraversa, nei primi quattro libri del poema (la Telemachia), un vero e proprio romanzo di formazione in miniatura: da ragazzo insicuro, incapace di imporsi ai Proci in casa propria, a giovane che intraprende un viaggio (a Pilo, a Sparta) per cercare notizie del padre e trovare la propria voce pubblica. È significativo che il film di Nolan mantenga questo percorso come uno dei suoi filoni narrativi centrali: segno che la storia di un adolescente che deve imparare a diventare adulto in assenza del padre parla ancora, quasi immutata, a un pubblico contemporaneo.
Perché Omero è tanto interessato ai lavori artigianali?
Il poema si sofferma con cura quasi tecnica su oggetti come la zattera che Ulisse costruisce da solo per lasciare l’isola di Calipso (libro V); l’arco che solo lui sa tendere (libro XXI); il letto nuziale, scolpito attorno a un ulivo ancora radicato al suolo – un dettaglio che è insieme prova d’identità e simbolo di radicamento. La competenza artigianale è un’estensione dell’intelligenza pratica (la mētis) che definisce l’eroe: saper fare con le mani è un’altra forma del sapersela cavare grazie all’ingegno. Ed è una metafora dello stesso fare poetico di Omero, concepito come opera di raccordo tra le parti, vera e propria costruzione.
Per approfondire
Laboratorio Debate: L’Odissea di Nolan tradisce Omero?
Sitografia:
- Christopher Nolan and ’The Odyssey’ Were Bound to Cross Timelines — The Ringer
- The Odyssey: Emily Wilson’s review is baffling — Slate
- Odissea, promosso o bocciato? — BestMovie.it
- Odissea (Christopher Nolan, 2026), la recensione di Valerio Sammarco — Cinematografo.it
- Cosa dicono le prime recensioni dell’“Odissea” di Christopher Nolan — Il Post
- Odissea di Nolan, dalla polemica social alla sala: top o flop? — NPC Magazine
- L’illusione della fedeltà: perché l’Odissea di Nolan ci sembra un tradimento? — Treccani
- Atena è morta. Ma Nolan si sente benissimo. — Lucio Di Gaetano (Substack)
- Lo straniamento nel ritrovarsi nuovamente a Itaca — Altritaliani
Nicola Gardini (Petacciato, 1965) è scrittore, poeta, traduttore, pittore e professore di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford. È autore di vari romanzi: Le parole perdute di Amelia Lynd (Feltrinelli 2012, premio Viareggio e premio Zerilli-Marimò), La vita non vissuta (Feltrinelli 2015), Nicolas (Garzanti 2022), Lo sconosciuto (Mondadori 2026) e Daddy (Mondadori 2026). Ha pubblicato raccolte di poesie (tra le più recenti Istruzioni per dipingere, Garzanti 2019), e saggi come Viva il latino (Garzanti 2016), Con Ovidio (Garzanti 2017), Viva il greco (Garzanti 2021), Eco in una casa vuota. Dire e ascoltare il dolore (Aboca Edizioni 2026), Con una penna in mano. Il piacere necessario di scrivere (Cortina 2026). Ha tradotto classici antichi (Ovidio, Marco Aurelio, Catullo) e autori moderni (Virginia Woolf, Emily Dickinson, Ted Hughes, W.H. Auden, Charles Simić). Nel 2025 con Garzanti ha pubblicato Il più bel romanzo del mondo. L’Odissea raccontata da Nicola Gardini: non una traduzione integrale né un saggio in senso stretto, ma un ibrido che alterna la traduzione dei passi più importanti (fedele al senso e alla musicalità dell’originale omerico) a un commento che tesse legami tra l’Odissea e la letteratura successiva, da Ariosto a Shakespeare.
Per approfondire
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