di Andrea Follini
Il 27 ottobre Israele non sceglierà soltanto un governo; sceglierà se affidarsi ancora all’uomo che ha incarnato la politica della sicurezza permanente o provare ad aprire una stagione diversa. Ci sono elezioni che sembrano riguardare il futuro e altre che, invece, sono soprattutto un giudizio sul passato. Quelle israeliane del 27 ottobre appartengono alla seconda categoria. Il vero quesito che attraversa il Paese è semplice e drammatico: continuare con Benjamin “Bibi” Netanyahu oppure voltare pagina con Gadi Eisenkot? La sfida, naturalmente, non è tecnicamente una corsa fra due candidati alla Casa Bianca: gli israeliani votano i partiti e sarà il Parlamento, attraverso le coalizioni, a determinare il prossimo governo. Ma politicamente il confronto è ormai personalizzato. Netanyahu, il premier più longevo della storia israeliana, contro Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader di Yashar, il nuovo partito centrista che ha costruito la propria identità sulla promessa di restituire alla politica israeliana una parola che negli ultimi anni sembra essersi smarrita: normalità. Eisenkot oggi è davanti a Netanyahu nel gradimento personale, infatti un sondaggio di Channel 12 lo accredita del 45% alla domanda su chi sarebbe più adatto a fare il Primo Ministro, contro il 33% per Netanyahu. È un dato politicamente pesante, soprattutto perché arriva alla vigilia del voto. Ma la partita è tutt’altro che decisa. I sondaggi sulle coalizioni continuano a indicare un possibile stallo: il blocco di Netanyahu e quello guidato dall’opposizione non raggiungerebbero autonomamente i 61 seggi necessari per formare un governo. E questo basta per comprendere quale sia la complessità dell’Israele di oggi. Il 7 ottobre 2023 non è soltanto una data. È la ferita attraverso la quale gli israeliani giudicano il proprio governo. L’attacco di Hamas ha rappresentato il più grave fallimento della sicurezza nazionale israeliana e, da allora, la domanda sulle responsabilità politiche non ha mai smesso di accompagnare Netanyahu, come abbiamo più volte evidenziato anche noi, dalle pagine di questo giornale. Secondo una ricostruzione pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, funzionari israeliani, egiziani ed emiratini avevano ripetutamente lanciato avvertimenti sulla possibilità di un attacco di Hamas. Questa informazione resta ancora controversa; non esiste, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, la prova che Netanyahu conoscesse in anticipo tutti i dettagli dell’operazione. Esiste però una domanda politica che non può essere archiviata: che cosa sapeva il premier, quando lo seppe e soprattutto che cosa fece dopo aver ricevuto quelle informazioni? Haaretz ha riferito anche di un avvertimento esplicito ricevuto da Netanyahu prima del 7 ottobre e del fatto che, secondo quella ricostruzione, egli non avrebbe informato i vertici della sicurezza. È questo il punto che rende la vicenda politicamente esplosiva, perché non serve sostenere che Netanyahu “sapeva tutto” per chiedere una risposta. È sufficiente constatare che gli avvertimenti esistevano e che il sistema di sicurezza israeliano ha fallito in modo clamoroso. Netanyahu ha costruito gran parte della propria leadership sulla sicurezza e dal 7 ottobre in poi il premier ha continuato a governare attraverso una combinazione di guerra, emergenza e paura, tanto da caratterizzare anche la sua campagna elettorale, incentrata sul pericolo rappresentato dai nemici di Israele. È una strategia politicamente comprensibile, ma sempre più difficile da sostenere
davanti ai cittadini che chiedono conto degli errori commessi ad una leadership incapace di riconoscere che governare significa anche assumersi la responsabilità dei fallimenti. In questo contesto la figura di Eisenkot assume un significato particolare. Non è un pacifista, non è un politico estraneo alla sicurezza e non è certamente un uomo privo di una storia militare, bensì un generale che ha guidato l’esercito israeliano. Proprio per questo la sua candidatura appare, a molti elettori, come una possibilità di cambiamento credibile. Eisenkot non promette di eliminare le minacce: promette di riportare al centro la ricostruzione dello Stato, la fiducia nelle istituzioni, il costo della vita, l’istruzione e una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Da gran parte degli israeliani è percepito come più sobrio, diretto e meno interessato alla costruzione permanente della propria immagine rispetto a Netanyahu. Il Guardian lo ha definito, non senza ironia, l’“anti-Bibi”: un uomo dall’aspetto e dai modi molto diversi dal premier, ma soprattutto una figura che prova a presentarsi come alternativa alla politica personalistica dell’attuale premier. Ad Israele oggi serve un leader che sappia distinguere la sicurezza dal continuo instillare la paura e che sappia riportare il Paese ad una quotidianità nella quale il governo non sia costantemente impegnato a spiegare perché la guerra debba continuare, perché una nuova minaccia sia imminente o perché un altro scontro sia inevitabile. E c’è un altro elemento che dovrebbe preoccupare Netanyahu, così come certamente preoccupa anche noi: l’ascesa dell’estrema destra. Itamar Ben-Gvir, il falco della destra estrema, secondo i sondaggi potrebbe conquistare almeno otto seggi, raccogliendo consensi anche tra giovani elettori, fornendo al mondo la fotografia di un Paese che rischia di spostarsi ancora più a destra proprio mentre cerca una via d’uscita dalla guerra. Israele ha quindi bisogno di discontinuità. Ha bisogno di un governo che abbia il coraggio di guardare indietro prima di promettere il prossimo attacco; di una commissione d’inchiesta che accerti le responsabilità senza proteggere nessuno; di istituzioni che tornino a essere più importanti del destino personale di un leader; di una politica nella quale la sicurezza sia un diritto dei cittadini e non soltanto lo strumento attraverso cui conquistare il loro voto. Gli israeliani il prossimo 27 ottobre possono decidere di cambiare il destino del proprio futuro. Dopo tre anni di guerra, dopo il trauma del 7 ottobre e dopo anni di divisioni, Israele merita una possibilità diversa. Eisenkot non è la garanzia che tutto andrà bene. È però la possibilità che qualcosa possa finalmente cambiare. E oggi, per Israele, cambiare potrebbe essere la forma più concreta di speranza.