Una commedia nera, un’indagine dalle atmosfere hard boiled, un’avventura tra complotti, spie e personaggi imprevedibili. Con Il caso ombra, Thomas Pynchon torna a raccontare l’America attraverso il suo inconfondibile umorismo grottesco e visionario, confermando una libertà creativa che continua a sorprendere.
Milwaukee, 1932. Hicks McTaggart è un ex picchiatore diventato investigatore privato. Quando gli viene affidato il compito di rintracciare Daphne Airmont, accetta controvoglia: conosce la ragazza e sa che porta guai. Ma l’indagine prende presto una direzione inattesa. Hicks si ritrova a bordo di un transatlantico diretto verso il Vecchio Continente e, in un’Europa stravolta dall’ascesa nazista, finisce coinvolto in una serie di complotti che lo mettono a confronto con cultori del paranormale, motociclisti anarchici, agenti sovietici e spie travestite da jazzisti. Per tornare a Milwaukee e alla normalità, sempre che una normalità esista ancora, dovrà prima portare a termine l’incarico.
È questo il punto di partenza de Il caso ombra, l’ultimo romanzo di Thomas Pynchon, autore di opere fondamentali come L’arcobaleno della gravità, L’incanto del Lotto 49, Vizio di forma e Vineland, a cui è ispirato il film Una battaglia dopo l’altra, vincitore di sei Oscar fra cui quello per la miglior sceneggiatura non originale.
Una commedia, sì, ma che trova nella contaminazione dei generi e nella continua proliferazione di situazioni e personaggi la propria cifra distintiva. Come osserva Luca Crovi sul Giornale, Pynchon «lavora per accumulo e la soluzione dell’indagine non conta. Lo diverte di più l’avventura picaresca dove gli stilemi del noir e della spystory si mescolano e la descrizione di situazioni improbabili ed esagerate gli permette di usare al meglio il suo umorismo grottesco e visionario».
Giulio D’Antona, sulla Stampa, oltre alla capacità dell’autore di proporre dialoghi fulminanti e personaggi improbabili, si sofferma sulla capacità del romanzo di suggerire una riflessione sul rapporto tra passato e presente: «Pynchon non sembra interessato a dimostrare di aver previsto il presente, ma ci mostra che il presente continua a somigliare a un passato dal quale non siamo mai riusciti davvero a uscire, in cui la libertà somiglia sempre di più a una sua pallida imitazione».
È questa una delle linee di forza della narrativa pynchoniana. Matteo Moca, sul Foglio, descrive Pynchon come «un amichevole pioniere che si lancia verso orizzonti sconosciuti e, tornando, consegna ai suoi lettori il futuro». Una definizione che restituisce bene la natura di una scrittura capace di muoversi tra epoche e immaginari senza perdere la propria vocazione sperimentale.
Il caso ombra è anche un romanzo attraversato da un’energia giocosa, che si manifesta nella struttura, nei dialoghi e nelle incursioni musicali. Umberto Rossi, su Alias del manifesto, richiama l’immagine dei grandi musical con Fred Astaire e Ginger Rogers, «sia perché Hicks è un provetto danzatore, sia perché – com’è sua abitudine – Pynchon alterna passaggi narrativi a canzoni, sia perché l’amore è un tema portante della storia, e sono notevoli gli incontri femminili, con cui si intrecciano dialoghi che nulla hanno da invidiare per brio e humour alle spumeggianti sceneggiature dei classici del musical».
A colpire è anche la vitalità di una scrittura che non sembra conoscere esaurimento. Edoardo Vitale, su Domani, sottolinea quanto raro sia «scrivere a questa età conservando curiosità e libertà creativa». Roberto Saviano, dal canto suo, definisce Il caso ombra «forse il suo libro più rapido. Si ride molto… Un romanzo scritto nello stile più pynchoniano possibile. Libro dopo libro è come se stesse componendo una grande cronaca americana».
La capacità di Pynchon di continuare a esercitare un’influenza profonda sulla letteratura contemporanea emerge anche dalle parole di Emanuele Trevi sulla Lettura del Corriere della Sera: «Credo che nessuno scrittore abbia esercitato un’influenza paragonabile a quella di Pynchon tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo apocalittico e distopico millennio, e che i suoi libri maggiori siano altrettante formidabili risposte estetiche al convulso tramonto della nostra civiltà, possenti macchine verbali di emozioni e di pensieri nelle quali si respira l’aria rarefatta e cristallina della grandezza, la coincidenza delle intenzioni e dei risultati che è la marca inconfondibile del genio».