Arezzo, il Tribunale riconosce l'identità di Jasmine Piattelli senza certificazione clinica. Piazzoni (Arcigay): “Il vissuto delle persone trans basta. Ora una legge sull'autodeterminazione”

Bologna, 7 novembre 2026 – Arcigay accoglie con soddisfazione la sentenza con cui il Tribunale di Arezzo ha riconosciuto l'identità di genere di Jasmine Piattelli, presidente di Arcigay Arezzo – Chimera Arcobaleno. La sentenza, ormai definitiva, dispone la rettifica del nome e del marcatore di genere nei documenti senza che siano state richieste – e perciò fornite – relazioni psicologiche o psichiatriche né altra documentazione clinica.

«Questa sentenza dice una cosa semplice, che le persone trans ripetono da decenni: l’identità non ha bisogno del permesso di un medico», dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay. «Il Tribunale di Arezzo ha accolto la storia di Jasmine, l'ha considerata sufficiente, perché non c’è alcuna patologia perciò nessun sintomo da certificare. È un passo avanti concreto verso l'autodeterminazione e che ci allontana finalmente da un’idea patologizzante delle persone trans e dei loro percorsi. Lo dobbiamo al coraggio di Jasmine, che ha scelto di percorrere una strada senza precedenti, e al lavoro di Rete Lenford e dell’avvocato Matteo Mammini che ha promosso il ricorso. A Jasmine, presidente del nostro circolo di Arezzo, mandiamo l’abbraccio e la gioia di tutta l’associazione. Una sentenza però non basta: oggi il riconoscimento di una persona trans dipende ancora da tempi lunghi, costi, perizie e dal giudice che si trova davanti. Così i diritti diventano una lotteria. Molti Paesi europei hanno già adottato procedure semplici, fondate sull'autodeterminazione e in linea con gli standard internazionali, mentre l'Italia continua a guardare dall'altra parte. Chiediamo al Parlamento di superare l'impianto della legge 164 del 1982 e di approvare una riforma che riconosca le persone trans, non binarie e di genere non conforme per quello che sono. Senza patologizzazione, senza tribunali, senza umiliazioni», conclude Piazzoni.