Finestra o Ventana? Due parole, due mondi, uno sguardo

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Finestra vs Ventana: una visione diversa del mondo

Due aperture. Due parole. Due mondi.

C’è qualcosa di profondamente simbolico in una finestra. È il confine tra dentro e fuori, tra il visibile e l’invisibile, tra il privato e il pubblico. Ma anche nel modo in cui la chiamiamo, questa apertura sul mondo, si nasconde una storia. E che storia.

In italiano, la chiamiamo finestra.
In spagnolo, ventana.
Due parole che non hanno nulla in comune. O forse sì: la loro funzione è la stessa. Ma il loro sguardo sul mondo è profondamente diverso.

Da dove viene “finestra”?

La parola italiana finestra deriva dal latino fenestra, un termine già in uso nel mondo romano e — secondo molti studiosi — di origine etrusca. L’etimologia è incerta, ma pare legata all’idea di un’apertura “visiva”, forse affine a parole antiche per “guardare” o “apparire”.

Nelle lingue romanze della cosiddetta Romània centrale (Italia, Francia, Romania), il termine si è conservato:

  • fenêtre in francese
  • fereastră in romeno
  • finèstra in occitano e catalano

La finestra, insomma, è vista come luogo dello sguardo. È l’occhio della casa.

E da dove arriva “ventana”?

Ventana, invece, ha una storia del tutto diversa. È una parola nata in Spagna, da un latino volgare ipotetico: ventāna, derivato da ventus, il vento.

Una ventana, dunque, è un luogo dove passa il vento. Non uno sguardo sul mondo, ma una fessura per respirare.

È una differenza non da poco: mentre l’italiano privilegia la funzione visiva, lo spagnolo privilegia quella aerata, corporea, concreta. Aprire una “ventana” è lasciar entrare l’aria. Aprire una “finestra” è lasciar entrare la luce.

Una parola dimenticata: hiniestra

Curiosamente, anche lo spagnolo aveva conservato per un certo tempo una forma diretta del latino fenestra: hiniestra. Un termine oggi dimenticato, ma che testimonia una scelta culturale. In un certo momento storico, lo spagnolo ha abbandonato l’idea di “guardare” per abbracciare quella di “sentire”: il vento, l’aria, il respiro.

Forse perché ventana parlava di qualcosa di più vivo, più corporeo. Più spagnolo, verrebbe da dire.

E altrove?

  • In inglese, si dice window, dall’antico norreno vindauga (“occhio del vento”).
  • In tedesco, si dice Fenster, che invece è proprio un prestito diretto dal latino fenestra.
  • In portoghese, la parola comune è janela (da ianua, “porta”), ma esiste anche ventana in contesti arcaici o poetici.

Ciò dimostra che il concetto di finestra è stato nominato in molti modi, spesso associandolo al vento, alla luce o al guardare.

Non due funzioni diverse, ma due metafore

Qualcuno potrebbe pensare che queste etimologie riflettano funzioni diverse della finestra: guardare o far entrare aria. Ma sarebbe una semplificazione.

In realtà, si tratta di due metafore diverse dello stesso oggetto. Ogni lingua ha scelto quale aspetto privilegiare. Ed è proprio qui che emerge qualcosa di più profondo:
ogni parola non è solo un’etichetta, ma un modo di percepire il mondo.

Nel cuore dell’etimologia, c’è una visione culturale.
Chi guarda. Chi respira. Chi lascia entrare la luce. Chi lascia passare il vento.

E tu, apri la tua finestra… o la tua ventana?

Nel mondo di oggi, globalizzato e interconnesso, ci dimentichiamo spesso che ogni parola porta con sé secoli di visioni, paure, desideri, metafore.

Che sia finestra o ventana, ogni volta che apriamo quell’anta stiamo compiendo un gesto antico. Stiamo scegliendo se guardare fuori… o far entrare l’aria.

Magari entrambe le cose.
Perché, come le case, anche le lingue hanno più di una funzione.
Anche le parole: non sono mai solo ciò che sembrano.
Sono sempre anche un modo di sentire.

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