Indagine Ue-Google: IA sbircia in articoli e non dà views: chi paga? - Uspi

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“L’editoria vive una fase critica legata alle risorse. Nel mondo, tre OTT detengono oltre l’80% della raccolta pubblicitaria globale”.

Antonio Marano, presidente di Confindustria Radio Televisioni, centra uno snodo fondamentale del settore editoriale e della sua economia. Ai microfoni di Radio24 parla della crisi del sistema, della difficoltà di editori e giornalisti di far rispettare il loro lavoro in un mondo regolato dagli Over-The-Top (OTT) e del problema di copyright sempre più pressante.

Tutte problematiche che affliggono la stampa digitale di tutti i Paesi del mondo, ma che vediamo da vicino le conseguenze anche qui in Italia. “L’erosione” infatti, come la chiama Marano, “è ormai inarrestabile” anche nel nostro Paese. “Entro due o tre anni rischiamo che oltre 600 milioni di euro si spostino ulteriormente verso le piattaforme. Questo significa una crisi conclamata non solo per gli editori, ma per il lavoro dei giornalisti, per la libertà di informazione e per il pluralismo”.

Copyright: un diritto sfuggente 

L’Europa e l’Italia hanno le loro leggi sul copyright, per farlo rispettare e per essere rispettato. Già dal 1886, con la convenzione di Berna, si è instaurata l’importanza del copyright in Europa. La normativa stipulata a Berna è stata poi rivisitata e aggiornata in questo ultimo secolo e mezzo, fino ad arrivare alla sua ultima stesura del 1971. Un’attenzione tutta europea che poi ha visto la sua concretizzazione con molte norme e direttive volte anche all’aspetto digitale già a cavallo tra i due secoli. 

In Italia, la prima normativa di riferimento che abbiamo è la Legge del 22 aprile 1941, n. 633, sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Una legge che poi si è evoluta, o meglio espansa anche ad altri ambiti ed esercizi anche grazie all’armonizzazione con le direttive Ue. Recentemente approvata la direttiva CEE n.2019/790/UE, che riguarda i diritti d’autore nel mercato unico digitale.

La nuova indagine che l’Ue ha avviato nei confronti di Google sul suo motore di ricerca va ad incastrarsi esattamente nella terra di mezzo tra l’editoria, l’economia di un settore fondamentale alla democrazia e al copyright, con annessa problematica dell’equo compenso.

L’indagine Ue vs la policy di Google Search

Il sospetto di una recessione dei piccoli editori e delle loro news nell’algoritmo di Google andrebbe a toccare il trattamento equo imposto dal Digital Markets Act (DMA).

Questa discriminazione dei contenuti è non solo un problema di algoritmi, ma anche dalle nuove modalità di Intelligenza Artificiale (IA) applicate al Search di Google. L’AI Overviews e l’AI Mode di Google, infatti, riuscirebbero a leggere tra i video e gli articoli online e creare un riassunto fornito direttamente all’utente. Fenomeno che quindi fa perdere spesso e volentieri visualizzazioni ai siti d’informazione. Secondo una recente analisi di avantgrade.com, organizzazione di studio di IA e innovazione digitale strategica, hanno stimato delle perdite di traffico tra il 10% e il 20% con alcune punte di 40% in alcuni settori. Nonostante questo, sembra che gli errori che occasionalmente le IA ancora compiono, spingano gli utenti a cercare conferme su siti, che quindi oramai hanno la funzione di approfondimento. Visto che le fonti più citate dalle IA sembrano essere Wikipedia, YouTube e Reddit.

“Il problema del copyright riguarda il lavoro di ogni giornalista e di ogni editore” sottolinea ancora Antonio Marano. Una chiamata per le istituzioni dunque a regolare per garantire la giusta convivenza tra digitale, IA e mercato editoriale. Altrimenti, “quando un articolo viene utilizzato dall’IA per elaborare risposte nelle ricerche, di fatto quel contenuto viene ceduto, senza che vi sia un riconoscimento dei diritti autoriali, che rappresentano l’asset strategico del mestiere”.

Non può e non deve essere “accettabile che questa ricchezza [di editori, radio e tv] venga prelevata senza riconoscere alcun ritorno. Le Big Tech non seguono le stesse regole degli editori: non hanno sedi legali nel nostro Paese, non pagano giornalisti, non rispondono civilmente o penalmente su ciò che pubblicano. Questa è concorrenza sleale”.

L’articolo Indagine Ue-Google: IA sbircia in articoli e non dà views: chi paga? proviene da Notiziario USPI.

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