La nostra partecipazione alla COP 30 di Belém inizia in un altro luogo del Brasile, lontano e molto diverso dall’Amazzonia; si tratta della cittadina di Turmalina, situata in una regione semi-arida al nord dello stato del Minas Gerais. In quella cittadina sono arrivati da circa un mese Arianna, Benedetta, Mariarcangela e Nicola, le 4 persone in Servizio Civile formate e inviate dal CeVI per operare nell’ambito del CAV – il Centro di Agricoltura Sostenibile con cui da 30 anni il CeVI collabora.
Tra i diversi ambiti in cui saranno impegnati, c’è la questione dell’impatto delle monocolture di eucalipto presenti da decenni in quella regione e utilizzate per la produzione di carbone vegetale, elemento importante della filiera produttiva del cosiddetto “acciaio verde”. E qui entriamo nei temi della COP, in particolare negli obiettivi di decarbonizzazione della produzione dell’acciaio, che com’è noto è un settore ad alte emissioni di CO2. Utilizzando il carbone dell’eucalipto come combustibile e anche come additivo al minerale di ferro si ottiene come risultato un acciaio di alta qualità e un processo a basse emissioni di gas a effetto serra. Peccato che le migliaia e migliaia di ettari occupate dalla monocultura di eucalipto producano un impatto devastante sull’ambiente e sulle comunità che vi abitano; sono loro, di fatto, che pagano il conto della decarbonizzazione!
Un conto molto salato che comprende il prosciugamento delle risorse idriche, a causa dell’elevato consumo d’acqua dell’eucalipto, e l’inquinamento da pesticidi usati nella coltivazione. Un’aggravante importante di questa situazione è che le monocolture di eucalipto hanno ottenuto la certificazione FSC, ovvero un riconoscimento di coltivazione sostenibile. Ed è proprio su questo aspetto che l’azione del CAV, del CeVI e di un gruppo di organizzazioni si è concentrata nel voler dimostrare l’incompatibilità di quella certificazione, visti i gravi impatti causati.
Questa è una di quelle che chiamiamo “false soluzioni” per la crisi climatica, ovvero iniziative apparentemente volte a ridurre le emissioni ma in realtà finalizzate al profitto, in questo caso della multinazionale Aperam Bioenergia, che beneficia anche dei crediti di carbonio generati dall’eucalipto e che attua un’intensa attività comunicativa di greenwashing.
A Belèm
Giunti a Belém, abbiamo partecipato alla “Cúpula dos Povos”, ovvero la grande riunione della società civile mondiale, parallela alla COP30, con una folta partecipazione dei popoli dell’Amazzonia. Abbiamo iniziato con la “Barqueata” che ha dato il via ufficiale alla Cúpula dos Povos; insieme a 200 imbarcazioni e circa 5.000 persone — attivisti, rappresentanti di popoli indigeni, comunità tradizionali, organizzazioni sociali internazionali — abbiamo navigato lungo il fiume Rio Guamá e la Baía do Guajará, trasformando le acque in un corteo simbolico per la giustizia climatica. Ma non è stata solo uno spettacolo visivo: barche di varie dimensioni, dalle canoe tradizionali alle imbarcazioni più grandi, sono sfilate denunciando le “false soluzioni climatiche” e rivendicando che le risposte alla crisi ambientale devono venire dai popoli delle acque, delle foreste e delle periferie. “Iniziamo il nostro Vertice dei Popoli navigando sui fiumi dell’Amazzonia che, con le loro acque, nutrono tutto il corpo. Come il sangue, sostengono la vita e alimentano un mare di incontri e speranze.”
La giustizia climatica è dunque la lente per affrontare in maniera corretta la crisi climatica: se la COP30 doveva essere la COP della verità, la Cúpula dos Povos è stata la manifestazione della giustizia, due concetti necessariamente collegati.
Giustizia, contro le false soluzioni ai cambiamenti climatici, come le monoculture di eucalipto;
Giustizia, contro la privatizzazione dei beni comuni, come l’acqua, la terra, l’energia.
Giustizia, contro la militarizzazione della società.
Giustizia, come riduzione delle disuguaglianze esistenti.
Giustizia, come rivendicazione della sovranità alimentare, della cooperazione, della protezione per gli e le attiviste ambientali e dei diritti umani.
Giustizia, soprattutto, come forma di riparazione storica ai crimini coloniali e neocoloniali perpetrati dai paesi del nord globale: sia in termini di emissioni di CO2, sia in termini di violenza, sia in termini di sfruttamento.
Giustizia, cooperazione e diritti
L’atto finale della Cúpula dos Povos, dopo la grande manifestazione che ha visto la partecipazione di più di 70.000 persone, è stato consegnato alla Ministra dell’Ambiente Marina Silva, alla Ministra dei Popoli Indigeni Sônia Guajajara, al Ministro della Segreteria Generale della Presidenza della Repubblica Guilherme Boulos e al Presidente della COP30, Ambasciatore André Corrêa do Lago: un grande manifesto redatto in maniera collettiva e partecipata. Gesto simbolico, che rappresenta l’impegno ufficiale del governo ad ascoltare le voci dei movimenti sociali e delle popolazioni indigene, ma anche un’importante opera di allineamento comune contro i sistemi di dominio imperialista, colonialista, razzista e patriarcale, gli stessi che hanno prodotto e riproducono la crisi climatica, una crisi che perpetua e aumenta le disuguaglianze sociali già esistenti.
Un altro importante punto di riferimento che abbiamo frequentato è stata l’“Embaixada dos Povos” (Ambasciata dei Popoli), che rappresenta il cuore pulsante dei movimenti sociali della regione, uno spazio di lotta e resistenza a favore di un’Amazzonia libera dal petrolio e di una giustizia climatica per tutti. In questo spazio abbiamo ascoltato e incontrato i rappresentanti delle organizzazioni dei popoli amazzonici; che denunciano la continua invasione della foresta amazzonica da parte di “madereiros” (tagliaboschi), “garimpeiros” (cercatori d’oro), “mineradoras” (compagnie minerarie) e le continue minacce ricevute che mettono a rischio la loro sopravvivenza e permanenza nelle loro terre. Abbiamo ascoltato gli esiti del rapporto sulla siccità in Amazzonia e le difficoltà che questi popoli affrontano a causa delle sempre più severe siccità che colpiscono l’Amazzonia in conseguenza dei cambiamenti climatici.
Il CeVI osservatore ufficiale alla COP30
Nel frattempo era trascorsa la prima settimana dei negoziati ufficiali della COP30, che abbiamo seguito dall’interno grazie al riconoscimento dello status di osservatore che il CeVI possiede e che gli garantisce l’accesso alla cosiddetta “zona blu” dove si svolgono i negoziati. Durante la prima settimana, l’aspetto più rilevante è stato l’aspettativa che il Governo brasiliano aveva creato dando voce alla pressione per approvare una roadmap per l’abbandono dell’uso dei combustibili fossili, definita in termini generici alla COP di Dubai del 2023.
Come ha spiegato il Presidente della COP30, “nel gergo diplomatico, una tabella di marcia è definita come un piano strutturato che, oltre a definire responsabilità e criteri di prestazione per le parti, stabilisce obiettivi chiari, una sequenza di azioni e scadenze per la loro esecuzione. In questo senso, l’impasse che si è verificata era prevedibile, poiché la sua approvazione per consenso, come richiesto dalle norme della Convenzione ONU sul clima, è oggi impossibile.” L’impasse a cui il Presidente fa riferimento è dovuta al fatto che la proposta avrebbe oltrepassato la “linea rossa” definita non solo dai paesi produttori, in testa l’Arabia Saudita, ma anche dai principali consumatori (ed emettitori) come Cina e India, oltre a Russia, Nigeria e altri. Un’opposizione significativa a una COP dove la presenza degli Stati Uniti ha influito a distanza.
Durante la prima settimana della conferenza, il movimento a favore di una roadmap per porre fine ai combustibili fossili è comunque cresciuto e si è fatto sentire con forza dopo l’adesione dell’Unione Europea al gruppo, nonostante l’Italia e la Polonia fossero contrarie. Di fronte a questa impasse nella diplomazia internazionale, in cui un singolo paese produttore di petrolio può porre il veto alle ambizioni dell’intero pianeta, è emersa all’ultimo minuto un’alternativa: la Conferenza di Santa Marta in Colombia, convocata per aprile 2026 da un blocco di oltre 80 paesi guidato da Colombia, Regno Unito, Spagna e Paesi Bassi. Il suo scopo è quello di avanzare verso un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili e aprire la strada a una transizione giusta, superando gli ostacoli inclusi nella Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. È un’opportunità per dimostrare che, sebbene la diplomazia globale possa procedere lentamente, la volontà politica di una maggioranza organizzata può accelerare la storia e avvicinarci alla transizione ecologica di cui il mondo ha assoluto bisogno.
Le “sorprese” del giorno dopo
Il post COP30 ci ha riservato però due sgradite sorprese. Il 27 novembre scorso il Parlamento europeo ha votato una revisione anticipata, prima ancora dell’entrata in vigore, del Regolamento UE sulla Deforestazione. Questa “revisione” è, in pratica, un meccanismo di sospensione dell’entrata in vigore, che introduce incertezza e consente un possibile rinvio dell’attuazione nei prossimi anni. Il Regolamento UE sulla Deforestazione è stato adottato nel 2023 e mira a garantire che materie prime chiave come soia, carne bovina, olio di palma, cacao, caffè, legno e gomma immesse sul mercato dell’UE non contribuiscano alla deforestazione globale o al degrado forestale. È un pilastro del Green Deal europeo e un passo cruciale per la protezione della natura e della biodiversità in tutto il mondo.
Nello stesso giorno il Congresso brasiliano ha annullato la maggior parte dei 63 veti con cui il Presidente Lula aveva cercato di limitare gli effetti nefasti del cosiddetto Progetto di Legge “della devastazione”, la nuova legge sulle licenze ambientali. Con 56 veti cancellati, il Parlamento ha ripristinato meccanismi che riducono drasticamente controlli e valutazioni d’impatto, introducendo forme di autolicenza per opere agricole, industriali e infrastrutturali. La norma indebolisce anche la partecipazione dei popoli indigeni e delle comunità tradizionali, soprattutto in territori non ancora demarcati. Ciò rappresenta un grave arretramento nella tutela dell’Amazzonia e nella capacità del Brasile di rispettare i propri impegni climatici. A pochi giorni dalla conclusione della COP!
A cura di Marco Iob ed Edoardo Rizzo