Mangeremo tutte e tutti!

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L’augurio di Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia, per il 2026 è un racconto di come vorremmo fosse il mondo fra altri 30 anni, all’insegna del diritto a un cibo buono pulito e giusto per tutte e tutti.

gennaio 2056     

Buon anno a tutte e a tutti, sono felice di ritrovarvi, in questo periodo di avvio del nuovo anno, a raccontarvi una storia che Slow Food ha contribuito a scrivere.

Slow Food nasceva nel 1989, quindi ormai quasi settant’anni fa, in Piemonte, a Bra, con una connotazione fortemente gastronomica e con uno slogan fortissimo: difendere il diritto al piacere! Ben presto ci si rese conto di come il cibo fosse un potentissimo strumento di dialogo e di cambiamento culturale e politico.

Con voi oggi vorrei tornare indietro di trent’anni, vorrei tornare al 2026: vi ricordate? Un anno di policrisi, in cui i cambiamenti climatici imperversavano con eventi avversi violentissimi e lasciavano l’umanità intera annichilita, le pandemie e le zoonosi erano una costante minaccia, le diaspore un tragico fenomeno globale e conflitti e oppressioni che credevamo lontani nel tempo e nello spazio, erano invece vicini, attuali e in crescita.

I più pessimisti ritenevano che tutto fosse perduto. Un miliardo di persone soffriva la fame.

Noi in quel periodo lavoravamo sodo per tutelare la biodiversità perché ritenevamo che fosse l’unica ricchezza in grado di salvarci; con i progetti dei Presìdi e l’Arca del Gusto, mappavamo e tutelavamo cibi a rischio estinzione: cibi la cui produzione aveva ricadute positive sui territori e sulle comunità che eravamo in gradi di misurare e dimostrare!

In quel periodo facevamo educazione alimentare: a partire dal 2026, grazie anche alla nostra mobilitazione, tutte le bambine e i bambini hanno ricevuto a scuola gli strumenti per compiere scelte alimentari consapevoli, hanno avuto orti scolastici e mense buone pulite e giuste.

In quel periodo facevamo advocacy grazie alla rappresentanza democratica di migliaia di soci che credevano in noi: quell’attività di pressione sui decisori politici affinché mettessero il bene comune, la transizione ecologica e sociale e la sovranità alimentare al centro delle loro scelte. E venivamo ascoltati! Oggi infatti, nel 2056, la sovranità alimentare è un diritto esteso, riconosciuto ed esercitato da ogni Stato: le popolazioni finalmente possono determinare le proprie politiche agricole e dunque alimentari. Tutte e tutti hanno quindi accesso a un cibo adeguato dal punto di vista nutrizionale e ambientale, ma anche sotto il profilo identitario e culturale. Perché, come sappiamo, è dal convivio, dalle ricette di casa, dai piatti rituali che passa la cultura dei popoli.

Il cibo oggi è finalmente considerato un diritto inalienabile e non una merce come le altre, come accadeva nel 2026: abbiamo smesso di produrlo per scambiarlo sui mercati finanziari internazionali, ed è invece prodotto per nutrire il corpo e lo spirito degli esseri umani.

Abbiamo compiuto la transizione proteica: siamo passati a un approvvigionamento proteico primariamente vegetale, a base di leguminose, invece che animale. Questo ha rigenerato la fertilità dei terreni e ha ridotto il consumo idrico oltre a garantire un apporto proteico adeguato e accessibile a un numero molto maggiore di persone.

Oggi, nel 2056, mangiamo tutti perché abbiamo ridotto la quantità di capi allevati (nel 2026 si era raggiunto il numero più alto da quando gli esseri umani sono apparsi sul pianeta, con stime che oscillavano tra i venti e i novanta miliardi di animali allevati!). Questo ha diminuito proporzionalmente l’impatto ambientale e climatico e il consumo di suolo, ha avuto effetti positivi sull’uso e la contaminazione dell’acqua, ha ridotto i gas climalteranti emessi. È diminuita da allora la porzione di terreni agricoli mondiali che erano, trent’anni fa, sfruttati per la produzione di foraggio, mentre è aumentata l’area agricola destinata a produzione per consumo umano. Oggi sembra incredibile ma trent’anni fa gli animali erano considerati macchine industriali per la produzione di cibo: oggi il modello di allevamento è prevalentemente al pascolo, rispettoso dell’etologia animale e integrato agroecologicamente nella produzione, i contadini usano il letame dei loro animali per fertilizzare i suoli e li nutrono con il fieno e i foraggi da loro stessi prodotti.

Mangiamo tutti cibo buono, pulito e giusto perché la produzione agricola è da tempo improntata all’agroecologia: nel 2026 chi produceva in regime biologico o biodinamico pagava la certificazione, quindi aveva dei costi in più! Oggi le esternalità negative ambientali, climatiche, sociali e sanitarie, sono a carico di chi le genera, e infatti tutta l’agricoltura è integrata con gli ecosistemi e quindi completamente sostenibile.

Oggi, nel 2056, mangiamo tutti. E mangiamo cibo buono, pulito e giusto perché la biodiversità è stata non solo tutelata ma incrementata! Grazie alla policoltura, le aziende agricole sono più resilienti e indipendenti dai brevetti sulle sementi prodotte in laboratorio. I contadini sono in grado di mettere in campo una grande varietà di semi diversi capaci di resistere meglio ai cambiamenti, grazie a secoli e secoli di ambientamento ed evoluzione.

Mangiamo tutti cibo buono, pulito e giusto perché abbiamo bandito lo spreco: nel 2026 un terzo del cibo prodotto globalmente si sprecava, e con quel terzo avremmo sfamato quattro volte il quasi miliardo di persone che a quel tempo non mangiava! Un terzo. Un miliardo. Quattro volte. Sembra assurdo oggi, ma allora non avevamo ancora capito che era necessario produrre meglio, non di più! Lo spreco è stato eliminato perché rappresentava – con la fame – una colpa insostenibile, un paradosso etico di portata planetaria, una vergogna che danneggiava l’intera comunità umana.

Oggi mangiamo tutti cibo buono, pulito e giusto perché la ricerca scientifica in agricoltura è stata, dal 2026 in poi, orientata massimamente alla produzione di fertilizzanti e antipatogeni eco-compatibili, con enormi vantaggi per gli ecosistemi e per i contadini, oltre che per la società civile tutta. Abbiamo messo al primo posto l’obiettivo di integrare armoniosamente le attività necessarie alla nostra sopravvivenza, con gli ecosistemi di cui siamo parte. Perché abbiamo capito che non saremmo stati noi a salvare la Natura, ma casomai lei a salvare noi!

Nel 2056 mangiamo tutti cibo buono, pulito e giusto perché di fronte allo sconquasso ambientale e climatico che vivevamo, ci siamo resi conto che l’agricoltura orientata al massimo profitto era in guerra aperta con gli equilibri dell’ambiente e spesso anche delle comunità. Trent’anni fa abbiamo riconosciuto che quel patrimonio di competenze, pratiche, biodiversità, insieme alla ricerca scientifica, insieme ai saperi tecnici e tecnologici oggi a disposizione, erano in grado di produrre un sistema alimentare giusto, equilibrato, sostenibile e resiliente da cui nessuno è escluso e che garantisce nutrimento adeguato per i dieci miliardi di esseri umani che oggi popolano questo Pianeta.

Oggi, nel 2056 mangiamo tutti cibo buono, pulito e giusto perché abbiamo capito da molto tempo che solo quando è per tutti, è realmente buono e pulito e giusto: per questo migliaia e migliaia di persone in Italia ci danno forza e fiducia tesserandosi, diventando soci Slow Food ed entrando in una rete globale che conta nel mondo più un milione di attivisti!

Unisciti anche tu!

Mangiamo tutte e tutti – e tutti insieme – perché siamo Natura, perché crediamo nel diritto a una vita di pace e prosperità e al cibo buono, pulito e giusto che la nutre, mangiamo tutte e tutti perché abbiamo coltivato una cultura di pace, perché già nel 2026 avevamo “un’altra idea di mondo”. Un proverbio latino-americano dice “Se più persone hanno fame, non costruire un muro più alto, ma un tavolo più grande”.

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