Teoria della fotografia: "Sulla Fotografia" di Susan Sontag

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22 Maggio 2026

Susan Sontag (1933-2004) è stata scrittrice, saggista e intellettuale pubblica americana, compagna di Annie Leibovitz negli ultimi vent’anni della sua vita. Ha scritto di letteratura, di cinema, di politica e di malattia, sempre con la stessa attitudine: quella di chi non accetta le idee ricevute e le rimette in discussione partendo dall’inizio. “Sulla Fotografia” esce nel 1977, raccogliendo una serie di saggi apparsi sul New York Review of Books tra il 1973 e il 1977, e vince il National Book Critics Circle Award per la critica. È considerato uno dei testi che ha cambiato il modo in cui pensiamo alle immagini fotografiche.

A pagina 70 della mia copia di “Sulla Fotografia” ho scritto a matita due parole: “Fotografia & Architettura”. Ho acquistato questo libro intorno al 2018, due anni prima di smettere di fare l’architetta e cominciare a fare la fotografa. Non ricordavo di averlo letto così vicino alla svolta: nella mia memoria era un libro lontano, quasi di un’altra vita.

Ho riletto “Sulla Fotografia” in questi giorni, a distanza di circa otto anni dalla prima lettura, e ho trovato non un libro diverso, ma una lettrice diversa. Le frasi che avevo sottolineato allora le capisco oggi in modo concreto, perché le vivo. Quelle che non avevo segnato, invece, mi sono arrivate addosso come se le leggessi per la prima volta, perché allora non avevo ancora gli strumenti per sentirle.

Sontag indaga il rapporto tra le immagini fotografiche e il modo in cui costruiamo la nostra conoscenza del mondo, scrivendo quello che rimane ancora oggi uno dei testi fondamentali di teoria della fotografia, più che una storia del medium o un trattato di estetica nel senso classico.

La fotografia come atto di appropriazione

Il punto di partenza è radicale: la fotografia è un atto di appropriazione e non un documento neutrale della realtà. Fotografare significa stabilire con il mondo “una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.” La macchina fotografica è uno strumento acquisitivo prima ancora che uno strumento espressivo.

Quello che ricordavo del libro, e che ritrovo confermato nella rilettura, è il nucleo più pratico e autobiografico: la fotografia come licenza di andare dove si vuole, come passaporto che cancella i limiti morali e le inibizioni sociali. È una citazione di Diane Arbus, ma Sontag la usa per descrivere qualcosa di strutturale nella relazione tra il fotografo e il mondo, non solo l’eccentricità di Arbus. Fotografare le persone vuol dire visitare le loro vite. La fotografia è sempre stata affascinata dalle vette sociali e dai bassifondi. Il fotografo è turista nella realtà altrui e, alla lunga, anche nella propria.

Riconosco tutto questo. La macchina fotografica mi ha portata in luoghi e situazioni che come architetta non avrei mai potuto attraversare con la stessa libertà. C’è una legittimazione implicita nell’avere un obiettivo in mano che non ho mai smesso di trovare sorprendente.

Il nesso equivoco tra l’io e il mondo

Ma la frase che non ricordavo, e che questa volta mi ha fermata, è un’altra. Sontag scrive che la fotografia è il modello di “un nesso intrinsecamente equivoco tra l’io e il mondo”, e che la sua versione dell’ideologia realistica richiede a volte un annullamento dell’io di fronte al mondo, mentre autorizza in altre occasioni un rapporto aggressivo con il mondo a celebrazione dell’io. Entrambi questi aspetti, aggiunge, “vengono a turno continuamente riscoperti e esaltati.”

Questa frase, ma descrive esattamente la tensione che sento ogni volta che lavoro. La tengo in piedi, come si fa con una sentimento che non ha soluzione ma che è produttivo. Quello che posso dire con chiarezza è dove mi colloco rispetto ai due poli: non celebro mai il mio io. Non è una posizione estetica acquisita, è qualcosa di costitutivo, che precede la fotografia e che la fotografia ha semplicemente confermato.

Il surrealismo come condizione strutturale della fotografia

C’è poi la tesi sul surrealismo. Sontag sostiene che la fotografia non abbia semplicemente affinità con il surrealismo, ma che il surrealismo sia al centro della disciplina fotografica in quanto tale, nella creazione stessa di un mondo duplicato, di una realtà di secondo grado, più limitata ma più drammatica di quella percepita dalla visione naturale. Il surrealismo non è uno stile, è la condizione strutturale del medium.

Questo assunto mi sembra fondamentale oggi per capire cosa succede quando faccio fotografie di interni. Lo spazio che fotografo non è mai lo spazio che vedo: è già qualcosa d’altro, già un secondo mondo, già una reinterpretazione. Non è questione di tecnica o di intenzione: è la natura del mezzo. La fotografia, scrive ancora Sontag, trasforma il reale in “oggetti d’antiquariato istantanei.” La pagina che avevo annotato con le due parole a matita parla esattamente di questo: della fotografia come equivalente moderno di quel genere architettonico romantico che costruiva le rovine artificiali per rendere un paesaggio suggestivo del passato. Come architetta avevo riconosciuto il meccanismo. Come fotografa lo abito.

Di Lynn Gilbert, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61430765

Immagine di copertina: Photo by Peter Hujar First published by Farrar, Straus and Giroux. – *Original source: Back cover of the dust jacket for Sontag’s 1966 book Against Interpretation.Instant source: Scan via WorthPoint (direct link to original jpg). Cropped and retouched by uploader; see upload history below for unretouched original., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=93567110.

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