Quando leggiamo i dati sulla criminalità giovanile, sulla disoccupazione o sugli episodi di violenza nelle nostre città, stiamo guardando solo la punta di un iceberg. È la parte emersa, quella che fa rumore, che spaventa e che occupa le cronache. Ma come ogni iceberg, la massa critica che lo sostiene — e che lo rende pericoloso — è nascosta sotto il livello dell’acqua.
Quella massa sommersa si chiama povertà educativa.
In Italia circa 400mila studentesse e studenti tra i 14 e 16 anni abbandonano la scuola (fonte OpenPolis): pur con un dato nazionale sceso sotto la soglia del 10%, la situazione è preoccupante. Si stima inoltre che circa un milione di ragazze e ragazzi, bambine e bambini vivano in condizioni di povertà educativa: una condizione che certo ha a che vedere con la povertà materiale, ma non solo. Ricerche e studi ci dicono che la povertà educativa non è (solo) la mancanza di mezzi economici: è l’assenza di stimoli, è il deserto di opportunità, è l’impossibilità di sognare un domani diverso da un presente segnato dal disagio, dalle carenze affettive, da un malessere che i nostri esperti di CIAI impegnati sul campo hanno definito perfino con un neologismo, edupsicopenia. Proprio per indicare come quel malessere psicologico abbia cause riconducibili anche all’educazione e all’affettività.
E così anche quel non andare a scuola, quel non sentirsi parte di una comunità, scava un solco profondo tra chi ha diritto a un’infanzia serena e chi, invece, viene lasciato indietro.
La radice invisibile del disagio
Se non affrontiamo ciò che sta sotto la superficie dell’iceberg non potremo mai risolvere ciò che emerge sopra. Una bambina, un bambino, un adolescente che non riceve gli strumenti per comprendere il mondo, che non vive le esperienze tipiche della sua età necessarie a una crescita nel benessere, è un cittadino a cui stiamo togliendo la bussola.
La violenza e l’esclusione sociale che vediamo esplodere nelle nostre città , dal centro alle periferie, sono i sintomi finali di una malattia che inizia molto prima: quando un bambino o una bambina smettono di credere che la scuola possa essere una strada di libertà.
Il nostro impegno
Come CIAI, abbiamo deciso di accendere un faro su tutto questo sommerso. La nostra nuova campagna nasce innanzitutto per scuotere le coscienze e per parlare a coloro che non si sentono toccati, emozionati, responsabilizzati da questa emergenza silente: non possiamo più limitarci a guardare la punta dell’iceberg e poi indignarci per le conseguenze, gridare allo scandalo, richiedere misure autoritarie quali ad esempio l’utilizzo dei metal detector nelle scuole. Piuttosto, dobbiamo immergerci e lavorare sulle cause.
Proteggere oggi un bambino, una bambina, gli adolescenti, significa onorare i diritti umani fondamentali e, concretamente, prevenire la deriva sociale di domani. Noi di CIAI tentiamo di farlo attraverso sei presidi educativi all’interno delle scuole in Italia, da nord a sud, garantendo il diritto allo studio, al gioco e alla crescita emotiva, anche attraverso i linguaggi artistici.
E il nostro presente ci dice che la lotta alla povertà educativa è la battaglia civile più urgente che abbiamo davanti.
Non è una sfida però che possiamo vincere da soli. È un gioco di squadra che coinvolge le istituzioni, le famiglie, le agenzie educative e ogni singolo cittadino. Da presidente di CIAI e, non da ultimo, da maestro elementare, vi chiedo di guardare insieme a noi sotto la superficie, di riconoscere l’indifferenza e di aiutarci a scardinare questo meccanismo di esclusione sociale.
Paolo Limonta, presidente CIAI