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Il rapporto ENESET (documento ufficiale “Rapporto ENESET”) pubblicato dalla Commissione Europea nel febbraio 2026 rappresenta, ad oggi, la mappatura più completa e metodologicamente rigorosa delle politiche di accesso degli smartphone nelle scuole dell’Unione Europea. Non è un documento militante, né un manifesto pro o contro i divieti: è un’analisi sul campo, costruita sulle voci di chi la scuola la vive quotidianamente, dai docenti e personale scolastico ai dirigenti, dagli studenti alle famiglie. Per questo merita un’attenzione seria e una lettura che vada oltre i titoli.

Come Fondazione Carolina, che dal 2018 lavora sulla prevenzione del disagio digitale e del cyberbullismo, ritroviamo in queste pagine molte delle evidenze che raccogliamo ogni giorno dal contatto diretto con le comunità scolastiche. Al contempo rileviamo anche alcune assenze significative, che vorremmo contribuire a colmare

Ciò che il rapporto conferma: il divieto è un punto di partenza, non un traguardo

La conclusione centrale del rapporto – i divieti sono “una componente necessaria ma insufficiente” – coincide esattamente con la posizione che Fondazione Carolina sostiene da tempo. Lo smartphone non è “il problema”: semmai è uno strumento che agire come leva di un ecosistema digitale progettato per catturare e monetizzare l’attenzione dei più giovani. Vietare il telefono a scuola equivale ad aprile l’ombrello durante un temporale: un gesto ragionevole e immediato, ma non ci ripara del tutto.

Il rapporto lo dice con chiarezza quando osserva che i divieti “da soli non possono affrontare i modelli più ampi di coinvolgimento digitale problematico né i fattori strutturali radicati nel design delle piattaforme”.

Nei nostri interventi educativi – che ogni anno raggiungono 100.000 studenti su tutto il territorio nazionale – osserviamo esattamente la stessa dinamica descritta negli studi di caso: il divieto funziona per chi aveva già gli strumenti interiori per gestire la distrazione; per chi invece vive un disagio relazionale, emotivo o familiare, la rimozione del dispositivo non fa che spostare il problema. In alcuni casi, lo aggrava, perché elimina l’unico strumento di compensazione sociale che quei ragazzi avevano a disposizione.

Il caso italiano: un’occasione mancata di visione sistemica

Il rapporto riserva all’Italia un’attenzione particolare, non priva di criticità. L’approccio italiano si distingue nel panorama europeo per una caratteristica unica: il divieto si applica e si limita all’uso didattico dello smartphone. Questa scelta solleva tre ordini di problemi che da Fondazione Carolina osserviamo con crescente preoccupazione.

Il primo è pedagogico. Vietare lo smartphone anche come strumento di apprendimento equivale a dire che la scuola non sia un contesto in cui si impara a usare la tecnologia in modo critico e consapevole. Ma se non è la scuola, quale lo è? La famiglia, da sola, non ha gli strumenti. Il mercato, da solo, non ha l’interesse. La scuola resta l’unico presidio universale in cui ogni bambino e ogni adolescente può acquisire le competenze per navigare il mondo digitale senza esserne sopraffatto. Un divieto totale rischia di caratterizzare l’ambito scolastico con modelli di rimozione culturale, piuttosto che di educazione e accompagnamento all’uso sicuro e positivo digitale.

Il secondo è operativo. Il rapporto documenta con precisione l’inadeguatezza delle infrastrutture scolastiche italiane: mancano le cassette di sicurezza, mancano le risorse, le linee guida ministeriali sono percepite come generiche, le modalità sanzionatorie sono incerte e disomogenee. Questo genera un paradosso: si chiede alle scuole di applicare una norma senza fornire loro le giuste condizioni materiali per attuarla. Il risultato è un carico di responsabilità aggiuntivo e spesso insostenibile sulle spalle dei docenti, gli stessi docenti che il divieto avrebbe dovuto liberare dal ruolo di “vigilanti” dello smartphone.

Il terzo è culturale. La velocità con cui la misura è stata introdotta, senza una fase-pilota strutturata né un coinvolgimento sistematico della comunità scolastica, ha riprodotto nel contesto italiano lo stesso schema osservato in Ungheria: una politica percepita come calata dall’alto, che fatica a costruire adesione.

Ciò che il rapporto non dice abbastanza: l’economia dell’attenzione e la responsabilità delle piattaforme

C’è un convitato di pietra in questo rapporto, che emerge nelle ultime pagine, ma non riceve l’attenzione che meriterebbe: il ruolo delle piattaforme digitali nel generare le condizioni e le percezioni che hanno alimentato le politiche dei divieti. Il rapporto accenna al “Digital Services Act” e alla possibilità di incentivare funzionalità come lo “School Mode”, ma a nostro avviso non sviluppa a sufficienza un punto che per noi è dirimente.

Se gli smartphone, almeno fino a che non entrano nelle scuole, restano strumenti neutri, le piattaforme a cui danno accesso rispondono ad un modello di business che si fonda sulla cattura compulsiva dell’attenzione attraverso meccanismi di design persuasivo – notifiche push, feed algoritmici, loop di ricompensa variabile – pressoché irresistibili, a maggior ragione per un cervello adolescente in piena maturazione. Pretendere dalla scuola di risolvere con un divieto un problema che affonda le sue radici nell’architettura commerciale delle piattaforme è come chiedere a un insegnante di contrastare da solo gli effetti di un’industria multimiliardaria.

La nostra posizione è chiara: i divieti scolastici sono ragionevoli e necessari, ma devono essere accompagnati da un’azione regolamentare molto più incisiva sulle piattaforme, a partire dal principio di “safety by design” applicato ai prodotti digitali destinati ai minori.

In questo senso, l’approvazione della Legge 132/2025* in Italia e l’attuazione del regolamento EU AI Act offrono un quadro normativo in evoluzione che va presidiato con attenzione. Ma la normativa, da sola, rischia di arrivare sempre in ritardo rispetto alla velocità dell’innovazione tecnologica. Serve un investimento strutturale in educazione e consapevolezza.

L’assenza più grave: i chatbot emotivi e le nuove frontiere del rischio

Il rapporto ENESET si concentra, comprensibilmente, sullo smartphone come vettore di distrazione e come porta d’accesso a social media e messaggistica. Ma c’è un’evoluzione tecnologica che sta ridefinendo radicalmente i termini del problema e che questo rapporto non affronta: l’emergere dei chatbot emotivi basati sull’intelligenza artificiale.

Applicazioni come Character.AI, Replika e i loro emuli rappresentano una nuova tipologia di prodotti digitali che non si limitano a distrarre, ma simulano relazioni affettive, offrono compagnia artificiale e generano attaccamento psicologico. Le ricerche del MIT Media Lab e di Stanford Medicine che stiamo analizzando nell’ambito del nostro lavoro istituzionale mostrano che questi strumenti possono avere effetti significativi sullo sviluppo emotivo e relazionale dei minori, particolarmente su quei ragazzi che lo stesso rapporto ENESET identifica come i più vulnerabili. Ad esempio gli studenti socialmente isolati, con difficoltà relazionali o con preesistenti fragilità emotive.

Il paradosso è evidente: il divieto dello smartphone a scuola viene giustificato anche per favorire la socializzazione tra pari, ma fuori dalla scuola quegli stessi ragazzi possono accedere a relazioni artificiali con entità che non dormono mai, non si stancano mai, non li rifiutano mai e, soprattutto, non li giudicano. Il confine tra il dentro e il fuori della scuola, che il rapporto ENESET descrive come la linea lungo la quale si distribuiscono diversi tipi di rischio, con l’IA emotiva diventa ancora più poroso e problematico.

Cuori e Algoritmi

Pochi giorni fa, il Centro studi di Fondazione Carolina ha presentato la ricerca Cuori e Algoritmi sull’impatto dell’AI sulla capacità emotiva delle generazioni più giovani. Dall’indagine – condotta su più livelli attraverso questionari, focus group, testimonianze e laboratori – emerge che il 28% del campione desidera un amico digitale. Quanto più i ragazzi sono giovani, tanto più investono emotivamente nel rapporto con i chatbot. La preadolescenza, la fascia tra gli 11 e i 15 anni, si conferma il periodo di maggiore vulnerabilità. In tutte le dimensioni emotive indagate – la ricerca di sfogo, il bisogno di uno spazio sicuro, l’aspettativa di sentirsi apprezzati – gli under 15 mostrano percentuali sistematicamente doppie o triple rispetto ai più grandi. Riconoscono i rischi di isolamento, di dipendenza, di distacco dalla realtà. Ben il 76% dei ragazzi coinvolti, infatti, teme che le persone possano isolarsi preferendo i chatbot alle relazioni umane. Eppure continuano a cercare nei Chatbot qualcosa che non trovano altrove: il 25% dei preadolescenti usa i chatbot per confidarsi e superare paure e insicurezza. Il 30% si rivolge ai chatbot emotivi perché “disponibili h24”, oltre il 25% li usa per sfogarsi senza sentirsi giudicato e un terzo li percepisce come “amici sempre disponibili”.

Questi dati pongono una questione che non possiamo eludere: cosa stiamo offrendo, come adulti, come educatori, come società, ai nostri ragazzi? Se cercano nell’intelligenza artificiale un amico, non significa forse che gli spazi che offriamo loro siano invece percepiti ostili? Se cercano altrove disponibilità e ascolto immediato, evidentemente non riusciamo a garantire loro la presenza e l’attenzione di cui hanno bisogno.

La voce che manca: i ragazzi come protagonisti, non solo come destinatari

Un merito importante del rapporto ENESET è aver dato voce agli studenti, documentando esperienze e percezioni che sfidano le narrative semplicistiche. In questo senso la testimonianza dello studente ungherese che si sente “annoiato e disconnesso” durante le pause senza telefono non è un dettaglio aneddotico: è un segnale d’allarme che ci ricorda come le politiche pensate “per il bene dei ragazzi” possano produrre effetti inattesi quando i ragazzi stessi non vengono coinvolti nella loro progettazione.

Fondazione Carolina, attraverso il lavoro educativo svolto in collaborazione con Pepita Cooperativa Sociale, sperimenta quotidianamente l’efficacia di approcci che pongono i minori al centro del processo decisionale. Quando i ragazzi sono coinvolti nella definizione delle regole – non come semplici destinatari, ma come co-costruttori – i tassi di adesione aumentano significativamente e la norma viene percepita come propria, non come imposizione.

Il rapporto lo dice con chiarezza citando il dato ungherese: dove la politica è stata percepita come non partecipata, i tassi di non-conformità auto-dichiarati raggiungono il 90% tra gli studenti delle scuole superiori. È un numero che dovrebbe far riflettere qualsiasi legislatore.

Una proposta concrete per l’Italia

Alla luce di quanto emerge dal rapporto ENESET e dalla nostra esperienza sul campo, proponiamo di integrare il divieto in una strategia nazionale di educazione alla cittadinanza digitale.

Il divieto non può restare una misura isolata. Deve essere il primo tassello di un programma che includa: curricoli obbligatori di alfabetizzazione digitale, fin dalla scuola primaria; formazione dei docenti sul benessere digitale e sulle strategie pedagogiche “analogiche”; strategie in-formative di coinvolgimento per i genitori e, in generale per tutta la comunità educante sull’uso dei dispositivi e sulla creazione di una coscienza digitale; un’azione di advocacy presso le istituzioni europee per una regolamentazione più stringente delle piattaforme che si rivolgono ai minori.

Una questione di visione

Il rapporto ENESET ci consegna un messaggio chiaro: l’Europa si sta muovendo, con velocità e intensità diverse, verso una regolamentazione dell’uso degli smartphone nelle scuole. Non è più una questione di “se”, ma di “come”. La sfida, per l’Italia e per tutti i Paesi membri, è evitare che il divieto diventi un alibi per non affrontare le questioni più profonde: la responsabilità delle piattaforme, l’educazione al digitale, il supporto alle famiglie e la tutela dei minori in un ecosistema tecnologico, che evolve molto più velocemente della capacità normativa degli Stati.

Come Fondazione Carolina, continueremo a lavorare perché la protezione dei minori nell’ambiente digitale non sia delegata a un singolo gesto – come togliere il telefono – ma sia costruita attraverso un sistema integrato di prevenzione, educazione, regolamentazione e cura. Lo smartphone non è il nemico. Il problema è l’assenza di una visione che tenga insieme la tutela e la competenza, la protezione e l’autonomia, il confine e la crescita.

Link utili:

European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Crêteur, S., Dunajeva, J., Frydman, B., Berg Mulvik, I. et al., Mobile phone bans in schools across the EU – ENESET analytical report, Publications Office of the European Union, 2026.

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