di Giada Fazzalari
I socialisti riformisti, sin dall’inizio della campagna referendaria, non hanno avuto dubbi: votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere è giusto ed è un atto profondamente coerente con la nostra storia riformista. Una storia che porta il nome di Giuliano Vassalli, protagonista della Resistenza e padre del codice di procedura penale che ha posto al centro la terzietà del giudice e l’equilibrio tra accusa e difesa. Esattamente il cuore del quesito referendario del 22 e 23 marzo. Gli elettori di sinistra, specie quelli che avrebbero voluto votare sì ma votano no per “mandare a casa il governo” o peggio “per difendere la Costituzione” (argomenti deprecabili e privi di senso se non quello della propaganda) al referendum dovrebbero sapere che votare Sì può essere un formidabile strumento per liberare la giustizia dalle lotte ideologiche, di parte, per sottrarre la magistratura alle logiche corporative che, nel tempo, ne hanno offuscato credibilità e funzione fino a ridurle ai minimi termini. Molti lo leggono come un tradimento, in realtà è un atto di coraggio riformista che rimette al centro la dignità della persona e il principio liberale dell’equilibrio dei poteri. Questo passaggio segna una rottura storica con il giustizialismo che ha segnato una parte del progressismo italiano. La giustizia deve tornare a essere un servizio efficiente per i cittadini, una garanzia per chiunque, indipendentemente dall’orientamento politico. Non può più essere un campo di battaglia ideologico né terreno di propaganda: deve essere, semplicemente, uno spazio di libertà. E noi socialisti, sulla libertà, non abbiamo nulla da imparare. Non votiamo per il governo, votiamo per un’occasione storica che sarebbe colpevole sprecare. Temi come la separazione delle carriere o la responsabilità civile non sono slogan della destra, ma strumenti di garanzia inscritti nella nostra architettura costituzionale, coerenti con la migliore tradizione del socialismo democratico. Da Turati a Matteotti, da Nenni a Craxi, la sinistra riformista ha sempre lottato per uno Stato giusto, non per uno Stato punitivo. Ha difeso i diritti contro gli abusi del potere, mai sostenuto l’idea che la giustizia potesse diventare un’arma politica. È questa la linea che oggi siamo chiamati a ritrovare. Il nostro è un appello alla ragione, non alla fazione. Se l’Italia vuole davvero modernizzarsi e recuperare credibilità, deve avere la forza di autoriformarsi, a partire proprio dalla giustizia. L’efficienza del sistema giudiziario è il pilastro su cui poggia la fiducia dei cittadini nello Stato: senza fiducia, non c’è democrazia che tenga. Oggi, invece, una parte della sinistra appare smarrita, imbarazzata, divisa tra coerenza storica e opportunismo politico. Eppure la scelta è semplice: si è di sinistra per affermare diritti e libertà, non per difendere rendite di posizione o per inseguire una deriva giustizialista. Votare Sì servirà a riaffermare un principio elementare: gli avversari si battono nelle urne, non nelle aule di tribunale. E servirà per restituire alla giustizia la sua funzione naturale, che non è quella di colpire, ma di garantire. Dalla nostra posizione si misura la coerenza con la nostra cultura politica. E oggi, per chi si riconosce nella tradizione riformista, votare Sì non è solo possibile: è necessario.