Case della Comunità in Veneto: solo 4 su 91 completamente operative - SPI CGIL Veneto

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L’allarme di Cgil e Spi: tra quelle che utilizzano i fondi del PNRR solo 12 hanno concluso il collaudo

Il tempo stringe e l’obiettivo è ancora molto lontano. In Veneto – a due mesi dallo stop ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza previsto per fine giugno – solo 4 Case della Comunità sono di fatto operative e offrono quindi tutti i servizi previsti dal decreto numero 77 del 23 maggio 2022. Un dato che desta enorme preoccupazione data l’importanza di queste strutture per una sanità territoriale messa in ginocchio a partire dal periodo della pandemia (ma anche da prima).

Gli evidenti ritardi uniti alla carenza di personale – all’appello mancherebbero 3 mila e 500 infermieri e 2 mila operatori sanitari – fanno pensare a un rischio flop per queste realtà teoricamente destinate a diventare punto di riferimento per l’intera cittadinanza.

Esse, infatti, prevedono la presenza di più servizi: medici di base, punti unici di accesso, assistenza domiciliare di livello base, servizi infermieristici e di specialistica ambulatoriale per patologie a elevata prevalenza, sistemi integrati di prenotazione collegati al Cup aziendale, integrazione con i servizi sociali, punti prelievi, servizi diagnostici di base e altro ancora.  

Secondo le ultime delibere di giunta, le Case di Comunità programmate in Veneto sono 101: 91 finanziate dal PNRR (circa 135 milioni e 500 mila) e dieci dalla Regione (circa 120 milioni di euro).

Per quanto riguarda quelle che utilizzano i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (per le altre non ci sono dati ufficiali disponibili) secondo il monitoraggio di Ires Veneto per Cgil e Spi del Veneto, solo 12 hanno concluso il collaudo. Fra queste, 4 – Lido Di Venezia e Caorle (Venezia), Schio e Thiene (Vicenza) -, sono del tutto operative, erogano cioè tutti i servizi programmati. Una, quella di Asiago, è di fatto pronta, manca solo l’Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM). In altre sei non c’è ancora il pediatra: Noale, Chioggia (Venezia), Malo, Valdagno, Sandrigo, Noventa Vicentina (Vicenza).

Per la stragrande maggioranza della Case della Comunità, invece, si registrano ritardi sia nell’esecuzione che nei collaudi.

«Come sindacato dei pensionati – commenta Ugo Agiollo, della segreteria dello Spi Cgil Veneto – siamo preoccupatissimi visto che le Case della Comunità sono strutture fondamentali per riqualificare la sanità territoriale e per fornire una risposta adeguata ai cittadini e in particolare alle persone più fragili, fra le quali annoveriamo ovviamente i nostri anziani. I gravissimi ritardi confermati dalla ricerca di Ires Veneto rischiano di minare nel profondo la qualità del nostro sistema sanitario regionale. Se è vero, come dimostra l’indagine, che a oggi molte Case pur essendo pronte non hanno ancora trovato una soluzione per l’attivazione dei servizi, non possiamo che dare un giudizio negativo su quanto finora non è stato ancora definito. Ricordiamo che in Veneto gli ultra65enni sono circa 1 milione e 230 mila, un quarto dei residenti totali, e che gli ultraottantenni sono più di 390 mila. Questi soggetti hanno più che mai bisogno delle case di comunità, soprattutto quando sono affetti da una o più cronicità. Anche da quest’ultimo punto di vista i numeri sono eloquenti: nel Veneto circa 600 mila ultra65enni convivono con una o più malattie croniche, dal diabete all’ipertensione, dalle malattie cardiovascolari fino a quelle dementigene. Alle Case della Comunità potrebbero per esempio rivolgersi, per le cure primarie, i circa 215 mila over 65 veneti seguiti dalle strutture sanitarie regionali».

Tiziana Basso, segretaria generale della Cgil Veneto, lancia l’allarme sul problema della carenza del personale sanitario, che rischia di trasformare queste strutture in cattedrali nel deserto. «Le Case della Comunità – spiega Basso – rappresenterebbero, se attuate, servizi complementari poiché sarebbero i nodi di accesso per una gestione integrata della cronicità. Tuttavia, in Veneto si è molto lontani dal veder pienamente operative queste strutture: la dotazione del personale rappresenta un fattore decisivo in relazione all’attivazione dei servizi. Se manca il personale le Case della Comunità rischiano di essere scatole vuote». Un concetto ribadito anche da Aldo Marturano. «Ricordiamo– avverte a tal proposito il segretario regionale della Cgil – che le Case della Comunità devono fornire assistenza di base e cure primarie tramite Medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, assistenza specialista ambulatoriale e diagnostica di base e per immagini e hanno bisogno di personale medico (con presenza 7 giorni su 7, h12 o h24) e infermieristico, di assistenti sociali, di Oss e di personale tecnico e amministrativo. Senza queste caratteristiche stabilite dal DM 77/2022 le Case della Comunità non potranno mai rispondere al fabbisogno di cure territoriali».

Recapiti
SPI Ufficio Stampa