SLA associata al gene SOD1: il CdA di AIFA approva la rimborsabilità di tofersen

Compatibilità
Salva(0)
Condividi

AISLA: “Una decisione che trasforma una possibilità in un diritto. Ora la priorità è offrire tempestivamente consulenza e test genetico ai pazienti”

Roma – Il Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato l’impiego di tofersen (nome commerciale Qalsody), in regime di rimborsabilità da parte del Servizio Sanitario Nazionale, quale trattamento mirato per le persone affette da sclerosi laterale amiotrofica causata da una mutazione patogena del gene SOD1 (SLA-SOD1). Affinché la decisione dell’AIFA sia effettiva si dovrà ora attendere la pubblicazione della relativa determina in Gazzetta Ufficiale.

Nel frattempo, spiega l’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLA), per le circa 90 persone che sono attualmente in trattamento con tofersen in Italia non cambierà nulla: l’azienda farmaceutica Biogen continuerà a mettere a disposizione gratuitamente il farmaco, nel rispetto delle modalità previste. Tuttavia, sul piano sanitario e pubblico - sottolinea l’Associazione - la decisione di AIFA segna un passaggio fondamentale: un trattamento reso disponibile nei centri italiani, dal 2021, attraverso l’uso compassionevole, entra ora nel perimetro del Servizio Sanitario Nazionale. Una possibilità terapeutica diventa così un diritto esigibile per tutte le persone eleggibili.

“Questa decisione non riguarda soltanto un farmaco e non conclude semplicemente un iter regolatorio”, dichiara Fulvia Massimelli, presidente nazionale di AISLA. “Racconta che cosa può accadere quando persone con SLA, famiglie, clinici, ricerca, industria, associazioni e istituzioni scelgono di assumersi insieme una responsabilità. Nel 2021 non avevamo tutte le risposte, ma avevamo segnali seri che chiedevano di essere studiati fino in fondo. Oggi quei segnali diventano una possibilità di cura riconosciuta dal sistema pubblico”.

UNA STORIA COMINCIATA 5 ANNI FA

Tofersen è un oligonucleotide antisenso (ASO) progettato per ridurre la produzione della proteina SOD1 tossica che è responsabile del danno ai motoneuroni in una specifica forma di SLA, associata a mutazione del gene SOD1.

Il farmaco è stato reso disponibile nei centri italiani il 15 luglio 2021, inizialmente per le persone con SLA-SOD1 a più rapida progressione. Nell’autunno dello stesso anno, l’accesso è stato esteso a tutte le persone eleggibili, indipendentemente dalla velocità di progressione della malattia. Era ancora un trattamento sperimentale e il suo impiego avveniva tramite uso compassionevole. Lo studio di Fase III VALOR, progettato per accertare l’efficacia e la sicurezza di tofersen, non aveva raggiunto, dopo 28 settimane, il proprio endpoint clinico primario, misurato attraverso la scala di punteggio utilizzata per valutare l’autonomia nelle principali funzioni quotidiane (ALSFRS-R). Tuttavia, il trattamento con il farmaco aveva dimostrato una riduzione della proteina SOD1 e un marcato abbassamento dei neurofilamenti, indicatori del danno neuronale, insieme a segnali favorevoli sulla funzione motoria, sulla forza muscolare e sulla capacità respiratoria dei pazienti.

I dati raccolti successivamente su tofersen mostrarono che le persone che avevano iniziato prima il trattamento tendevano a ottenere risultati migliori rispetto a quelle che lo avevano cominciato sei mesi più tardi. Nella SLA, sei mesi non sono un dettaglio metodologico: sono tempo di vita e funzioni che possono essere perdute.

Anche l’esperienza italiana dei Centri Clinici NeMO, coordinata dal professor Mario Sabatelli e pubblicata nel 2024 sul Journal of Neurology, ha documentato, nei pazienti trattati con tofersen osservati più a lungo, un cambiamento significativo della traiettoria funzionale e della forza rispetto all’anno precedente l’inizio della terapia: 9 delle 17 persone analizzate risultavano sostanzialmente stabilizzate o mostravano un lieve miglioramento, e in quasi tutte era stata osservata una marcata riduzione dei neurofilamenti.

Tofersen non è la cura della SLA e non produce gli stessi effetti in ogni persona, mutazione o fase della malattia”, precisa il professor Mario Sabatelli, presidente della Commissione medico-scientifica di AISLA e direttore clinico del Centro NeMO Roma Armida Barelli. “È una terapia mirata che, in una parte delle persone con SLA-SOD1, può modificare concretamente la traiettoria della malattia. Veder rallentare, e in alcuni casi stabilizzarsi, una curva che fino a quel momento aveva continuato a scendere significa comprendere fino in fondo il valore umano di un dato scientifico”.

LA PRIORITÀ: RICONOSCERE TEMPESTIVAMENTE LE NUOVE DIAGNOSI

La rimborsabilità di tofersen, prosegue AISLA, garantisce continuità terapeutica alle persone già in trattamento, ma apre soprattutto a una nuova responsabilità per il sistema sanitario: intercettare tempestivamente tutte le nuove diagnosi di SLA che potrebbero essere legate a una mutazione in SOD1.

Per molto tempo, nella sclerosi laterale amiotrofica il test genetico è stato proposto soprattutto in presenza di familiarità per la malattia. Oggi sappiamo che questo criterio non basta: una mutazione patogena può essere presente anche senza altri casi conosciuti e le raccomandazioni internazionali indicano di offrire test genetico, e relativa consulenza, a tutte le persone con SLA. Prescrivere questo test non è tuttavia sufficiente: tempi di refertazione, accesso ai laboratori di analisi, metodiche utilizzate e interpretazione delle varianti genetiche cambiano ancora da un centro clinico all’altro. Non occorre un laboratorio di genetica in ogni struttura – sottolinea l’Associazione – ma serve una rete nazionale qualificata, con procedure uniformi, analisi complete, responsabilità definite e tempi massimi di risposta. La consulenza genetica resta indispensabile, prima e dopo l’esame, ma nella SLA la prudenza non può trasformarsi in attesa: standardizzare il percorso significa evitare che una possibilità terapeutica venga perduta mentre la malattia avanza. Tofersen non può ricostruire i motoneuroni già perduti. Per questo, il tempo necessario a formulare la diagnosi, effettuare il test genetico, riceverne l’esito e accedere al trattamento diventa parte integrante della possibilità terapeutica.

“Da oggi la domanda non è soltanto quante persone siano già in trattamento con tofersen”, sottolinea AISLA. “La domanda è se saremo capaci di riconoscere in tempo ogni nuova persona eleggibile alla terapia. Non offrire il test genetico, offrirlo troppo tardi o costringere una famiglia ad attendere mesi per conoscerne il risultato può significare restringere lo spazio nel quale il trattamento ha maggiori possibilità di incidere”.

LA SPERANZA HA BISOGNO DI VERITÀ

La storia di tofersen consegna anche un principio di responsabilità nella comunicazione scientifica. Nel 2022, AISLA intervenne per contrastare titoli che annunciavano impropriamente la scoperta della “cura per la SLA”. Tofersen riguarda esclusivamente una quota specifica di persone affette dalla malattia, positiva a una mutazione patogena del gene SOD1. Dire con chiarezza che cosa una terapia può fare, che cosa non può fare e quali domande restano ancora aperte non riduce la speranza ma la protegge dalle promesse infondate, dai venditori di trattamenti privi di evidenze e da un sensazionalismo che può ferire profondamente i pazienti e le famiglie.

Recapiti
info@osservatoriomalattierare.it (Redazione)