I disturbi del comportamento alimentare vengono spesso ridotti, nell’immaginario collettivo e nei discorsi superficiali, a una banale richiesta di attenzione, un’etichetta lanciata con leggerezza che porta con sé un giudizio feroce e sottintende che il dolore sia come simulato, che il problema con il corpo o il controllo ossessivo del cibo siano capricci o una messinscena per catturare gli sguardi altrui, quando in realtà la verità è radicalmente diversa, infinitamente più complessa e dolorosa perché se guardiamo a un disturbo alimentare come a una ricerca di attenzione dobbiamo prima ridefinire il significato di questa parola scoprendo che non si tratta di autocompiacimento, di vanità o del desiderio effimero di apparire, ma di un estremo grido di aiuto che si leva quando le parole non bastano più, quando il linguaggio verbale fallisce nel descrivere il vuoto, il dolore, l’inadeguatezza o il trauma e il corpo prende la parola trasformandosi in un megafono, il modo in cui una persona dice che sta morendo dentro e non sa come dire che esiste, che soffre e che ha bisogno di essere vista in un linguaggio silenzioso e disperato che rappresenta l’ultimo tentativo di comunicare un disagio senza altra via d’uscita, poiché dietro a tutto questo non c’è mai una scelta superficiale ma una profonda sofferenza identitaria ed emotiva dove il controllo sul cibo e sul corpo diventa l’unica isola possibile e l’unico territorio di potere assoluto in un mondo percepito come caotico e schiacciante, un tentativo di anestetizzare il dolore e di colmare un vuoto interiore quando l’autostima è azzerata e la forma del corpo si trasforma nell’unico metro di giudizio per sentirsi qualcuno e combattere la paura dell’invisibilità e il timore di scomparire, ed etichettare tutto questo come voglia di attenzione significa fermarsi alla superficie e voltarsi dall’altra parte di fronte a una richiesta di cura autentica che richiede invece un cambio di prospettiva radicale per smettere di giudicare il sintomo e iniziare ad ascoltare la persona, comprendendo che dietro ogni restrizione, abbuffata o ossessione c’è un dolore legittimo che chiede solo di essere riconosciuto, accolto e curato senza pregiudizi in un percorso di guarigione che inizia esattamente nel momento in cui si smette di cercare la perfezione e si comincia a dare voce, finalmente, alla parte più profonda di sé che chiede aiuto.
ChiaraSole Ciavatta