Tra sfide tecnologiche e opportunità europee: il percorso di RISEUP e il suo coinvolgimento in EIC Communities - APRE

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All’interno della Community of Practice “Health”, il progetto RISEUP ha saputo affermarsi come una delle iniziative più dinamiche e proattive. Sin dall’inizio, il progetto ha colto con prontezza tutte le opportunità offerte da EIC Communities, partecipando a diverse attività, eventi e tavoli di lavoro. Questa attiva partecipazione ha permesso al progetto di entrare in contatto con altre realtà europee di grande valore, facilitando la creazione di importanti scambi di conoscenze. Un’ulteriore opportunità è stata l’inserimento del progetto nella piattaforma DEEPSYNC, che raccoglie e valorizza i progetti EIC più innovativi, mettendo RISEUP tra le iniziative di punta nell’ambito dell’innovazione in healthcare. 

RISEUP, coordinato da ENEA – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, sviluppa una tecnologia impiantabile innovativa per il trattamento delle lesioni del midollo spinale. Abbiamo invitato Claudia Consales, coordinatrice del progetto, a condividere con noi la sua esperienza alla guida di questa ambiziosa iniziativa. Le abbiamo chiesto di raccontarci non solo il percorso intrapreso fino ad oggi, ma anche le principali sfide scientifiche e tecnologiche che il team ha dovuto affrontare nello sviluppo di una soluzione così innovativa per il trattamento delle lesioni del midollo spinale.

Innovazione e obiettivi del progetto

Che cos’è RISEUP, quali sono i suoi obiettivi principali e come si differenzia dalle soluzioni esistenti nel settore?

RISEUP, cioè “Regeneration of injured spinal cord by electro-pulsed bio-hybrid approach”, è un Progetto che mira a mettere a punto un approccio innovativo per il trattamento del midollo spinale basato su trapianto di cellule staminali mediante un dispositivo biocompatibile ed elettrificato, al fine di favorire l’impianto delle cellule nel tessuto lesionato e poterle stimolare, in modalità wireless, con impulsi elettrici ultra-brevi dell’ordine di microsecondi. Questi impulsi, normalmente utilizzati in biologia e medicina per la loro capacità di formare pori sulla cellula (trasferimento di materiale genetico, o farmaci chemioterapici, principio base dell’elettrochemioterapia), in questo caso sono utilizzati con uno scopo totalmente innovativo, cioè trasformare le cellule staminali in neuroni, in modo tale che questi possano poi riparare il tessuto danneggiato. Il principio su cui si basa questa ipotesi è la capacità che gli impulsi elettrici hanno di modulare il calcio intracellulare. Il calcio è uno dei maggiori trasduttori di informazione alla base del processo di maturazione dei neuroni, per cui in RISEUP abbiamo messo a punto dei protocolli di stimolazione delle cellule staminali con cui possiamo controllare la loro capacità di proliferare o differenziare. Questo è l’aspetto totalmente innovativo del progetto.

Come è nato il concetto del progetto e quali sono state le sfide nella preparazione della proposta?

L’idea del progetto è nata quando, studiando gli effetti dei campi elettromagnetici sul sistema nervoso dal punto di vista protezionistico, ho iniziato ad esplorare il campo delle applicazioni terapeutiche, interessandomi agli impulsi elettrici ultra-brevi, che a mio avviso hanno delle enormi potenzialità di applicazione. Grazie all’interazione con una mia collega ingegnere, abbiamo discusso l’idea progettuale e, poi, l’abbiamo proposta a colui che è uno dei massimi esperti mondiali di effetti biologici degli impulsi, il Prof. Lluis Mir, allora capo del “Laboratory of Vectorology and Anticancer Therapies (CNRS, University Paris-Sud e Gustave-Roussy)” e dell’ “International Associated Laboratory on the Pulsed Electric Fields Applications in Biology and Medicine”. 

Avendo ricevuto il suo assenso alla partecipazione, abbiamo costruito il consorzio, che vede la partecipazione del CNRS sede Gustave Roussy, il Centro Investigación Príncipe Felipe (CIPF) e l’Università Politecnica entrambi di Valencia, l’Università Sapienza di Roma e l’azienda Rise Technology, ed applicato al bando FET-OPEN H2020. Non è stato facile ottenere il finanziamento, perché pur ricevendo un punteggio elevato alla sezione “Excellence”, abbiamo avuto difficoltà nelle sezioni di “Impact” e “Exploitation”, che erano un po’ più lontane dalle nostre competenze. Grazie al supporto dei grant officer di ENEA, con il supporto di APRE, del CNRS e di Sapienza siamo riusciti, poi, ad avere un punteggio molto alto anche in queste sezioni nella proposta risultata vincente. Con l’esperienza acquisita in questi 4 anni di progetto, sono certa di poter dire che adesso, in progetti futuri, abbiamo acquisito la capacità di comprendere appieno aspetti tipici di queste due sezioni.

Sfide e difficoltà

Quali sono le principali difficoltà tecniche e operative che avete dovuto affrontare durante la fase di implementazione del progetto?

La primissima difficoltà che abbiamo dovuto affrontare è stata che, sin dalla prima riunione tecnica del consorzio, ci siamo resi conto che la tecnologia immaginata per stimolare elettricamente le cellule non era in grado di sostenere l’intensità di campo alla base degli impulsi in microsecondi. Per questa ragione, abbiamo immediatamente attivato un piano alternativo rivelatosi, successivamente, non adeguato sempre in termini di capacità di stimolazione e, soprattutto, di rigidità. Bisogna tenere presente, infatti, che l’intera idea in RISEUP è di inserire il dispositivo in un modello di ratto di lesione del midollo spinale; quindi, era necessario mettere a punto un elettrodo per la stimolazione che fosse quanto più leggero e flessibile possibile. È stato proprio questo un altro aspetto totalmente innovativo messo a punto in RISEUP: un elettrodo in metallo nobile poroso, sottile 40 micron, che può essere flesso fino a 180 gradi senza che si rompa in nessun punto e che ha la capacità di rilasciare gli stimoli elettrici utilizzati nel progetto.

Come avete gestito i rischi associati a un progetto così innovativo, in particolare da un lato quelli relativi alla ricerca e sviluppo e dall’altro quelli relativi alla gestione del progetto stesso? Quali ulteriori competenze avete dovuto sviluppare?

Abbiamo dovuto affrontare diversi rischi. Innanzitutto, la messa a punto di questa tecnologia innovativa ha comportato dei ritardi nella produzione del dispositivo finale, che hanno richiesto l’applicazione di strategie alternative per non bloccare lo svolgimento del progetto. Per questo motivo, sia per la stimolazione in vitro che in vivo, sono stati prodotti dispositivi ed approcci alternativi che hanno comunque consentito di ottenere risultati utilizzati, poi, nell’ultimo esperimento in vivo in cui abbiamo potuto finalmente utilizzare la tecnologia finale prodotta nel progetto. 

Un altro aspetto che ha comportato dei ritardi sono stati alcuni problemi con le cellule utilizzate, per cui abbiamo avuto dei problemi nel reperirle. Anche in questo caso, siamo, però, riusciti ad affrontare e risolvere, riuscendo a portare avanti la sperimentazione. 

Ciò che ci ha aiutato nel riuscire ad affrontare le problematiche che si sono di volta in volta presentate è stato l’essere un consorzio estremamente multidisciplinare e coeso. I rischi li abbiamo affrontati insieme ed insieme abbiamo trovato il modo di risolverli. 

Riguardo alla nuova competenza da sviluppare, io includerei di sicuro la mia in qualità di coordinatrice. È stata questa la mia prima esperienza da coordinatrice di un progetto così grosso e ad alto rischio; ho sicuramente fatto degli errori, ma ho anche imparato tanto sviluppando competenze nuove e trovandone altre in me che non sapevo di avere.

Impatto della tecnologia e introduzione nel mercato

In che modo il finanziamento dell’European Innovation Council ha accelerato lo sviluppo della vostra tecnologia e quali sono i principali benefici in termini di visibilità e networking con attori industriali e finanziatori?

Come ho avuto modo di esprimere al recente EIC Summit 2025, io non ringrazierò mai abbastanza l’European Innovation Council per il supporto economico, ma soprattutto per la possibilità di presentare il progetto in diversi contesti consentendoci di creare nuove ed importantissime connessioni con ricercatori e startupper coinvolti in progetti come il nostro. L’attività di sostegno è stata importantissima anche nella possibilità che ci è stata data di partecipare a diversi corsi volti ad instillare in noi ricercatori la consapevolezza di come poter trasformare l’idea progettuale in un prodotto da commercializzare, aiutandoci ad individuare quali aspetti possano avere o meno un impatto sul mercato e sulla società in genere. Abbiamo potuto acquisire competenze nuovissime che non sono proprio di ricercatori di base quali la maggior parte di noi nel consorzio siamo, consentendoci di entrare in network nuovi ed estremamente stimolanti.

Quali sono le sfide principali nell’introduzione di una tecnologia così innovativa nel mercato e come affrontate il tema della scalabilità, considerando le aspettative in termini di impatto sul settore?

Le sfide sono molteplici, soprattutto considerato che stiamo mettendo a punto un dispositivo medico impiantabile, soggetto, quindi, ad una ferrea e rigorosa regolamentazione. Siamo, però, certi di aver messo a punto una tecnologia che possa essere applicabile a diversi tipi di patologie, il che la rende particolarmente sfruttabile dal punto di vista economico.

Lezioni apprese e prospettive future

Quali lezioni importanti ha imparato durante questo progetto che potrebbero aiutare altre startup e aziende nel settore deep-tech? Ci sono errori che avreste preferito evitare e che potrebbero essere utili per chi sta affrontando sfide simili?

Dal mio punto di vista, quello che a posteriori ritengo sia un aspetto fondamentale di questo tipo di progetti è un’accurata analisi dei rischi che deve essere compilata ad inizio del progetto ed aggiornata con una periodicità più o meno breve a seconda della tematica. Fondamentale lo scambio di informazioni tra i partecipanti; la tecnologia di RISEUP non avrebbe potuto essere messa a punto e progredire se ingegneri e biologi non si fossero confrontati continuamente. 

Di sicuro ci sono stati errori, credo non siano evitabili; l’importante, però, è imparare da essi, inserirli nel proprio background di esperienze per evitare di ripeterli.

Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi per il progetto? Come pensate di garantire la sostenibilità e l’evoluzione della tecnologia nel lungo periodo? Avete in programma eventuali progetti futuri che potrebbero espandere o complementare l’innovazione sviluppata finora?

I prossimi passi sono trovare altre forme di finanziamento per consentire l’avanzamento del TRL della tecnologia. Abbiamo molto chiaro il percorso da affrontare nel breve periodo, ma anche come avviarci, poi, verso obiettivi a più lungo termine, tutti volti all’implementazione e commercializzazione della tecnologia.

Contributo EIC Communities

Perché avete scelto cogliere l’invito a partecipare alle attività proposte dal progetto EIC Communities e dalle sue Communities of Practice? Quali erano le vostre aspettative?

Come già detto, trovo che le iniziative proposte da EIC communities siano tutte estremamente valide e formative. Ho imparato tantissimo da ognuno dei programmi che ho seguito, in un percorso non solo lavorativo, ma, soprattutto, personale. La possibilità di networking e di dare visibilità al progetto è, a mio parere, impagabile. L’interazione con persone coinvolte in progetti simili, o anche completamente diversi, ma accomunati dallo stesso livello di complessità, è qualcosa di estremamente formativo e rappresenta la base per ogni ulteriore sviluppo e crescita.

Come sta contribuendo EIC Communities a supportare RISEUP e qual è il valore aggiunto nella partecipazione ad una CoP?

Proprio quello che ho appena detto, la CoP ci aiuta tantissimo ad essere parte di un consesso altamente qualificato, stimolante e con possibili sviluppi futuri. La possibilità di networking offerta da questo tipo di comunità è essenziale ed ha un valore enorme nel consentire non solo di aumentare il proprio livello di conoscenza, ma anche di trovare nuovi partner per bandi competitivi e prestigiosi. Ad esempio, durante la sessione di pitching del nostro progetto, che si è tenuta online il 21 giugno 2024, ho avuto l’occasione di conoscere il Dr. Robin Augustine Kachiramattam, coordinatore del progetto EIC B-CRATOS, che mi ha particolarmente colpita per le sue competenze e le cui attività sono potenzialmente complementari alle nostre. È stato proprio grazie alla sessione in cui entrambi abbiamo presentato i nostri progetti che ho avuto modo di conoscerlo e spero vivamente di poter collaborare con lui in futuro.

Maggiori informazioni

Progetto EIC Communities: le Communities of Practice come strumento di innovazione – APREmagazine n. 26

Questo articolo è tratto da APREmagazine n. 27 di maggio/2025

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