Dietro ogni seme c’è una comunità di agricoltori che ha dedicato anni alla conservazione di una varietà. Ogni stagione selezionano con cura i semi migliori per poterli ripiantare, anno dopo anno. Dietro a quei semi ci sono famiglie che vivono grazie a queste tradizioni locali, patrimoni di conoscenze e saperi che resistono nel tempo.

Lo sanno bene i produttori della rete Slow Mays, per i quali la tutela del seme è anche una battaglia per sostenere chi lo coltiva: agricoltori custodi di varietà locali a impollinazione libera, sentinelle della biodiversità e della sovranità alimentare. Sono loro a custodire e tramandare conoscenze cruciali per il futuro, portatori di un’agroecologia integrale che intreccia natura, cultura e giustizia sociale.

Semi in crisi, agricoltori in prima linea

Le ultime tre annate di coltivazione del mais hanno presentato sfide molto diverse, tutte legate ai cambiamenti climatici. Dopo un 2024 molto piovoso, anche il 2025 ha visto una primavera caratterizzata da precipitazioni intense, soprattutto durante la fase della semina. In particolare nel Nord Italia, la nascita del mais è stata compromessa, rendendo necessarie nuove semine e consumando così grandi quantità di seme.

«Molti di noi conservavano i semi in freezer per le emergenze. Ora, però, l’emergenza è diventata la norma» racconta Loris Caretto, uno dei referenti della rete. «Stiamo tornando ai livelli di disponibilità di 10-15 anni fa, quando tutto è cominciato. È un campanello d’allarme che fa riflettere».

L’obiettivo resta quello di fare in modo che la coltivazione delle varietà tradizionali rappresenti un’opportunità concreta, soprattutto per i giovani dei territori coinvolti. «Dietro questo lavoro – prosegue Caretto – non ci sono solo hobbisti: oggi molte aziende coltivano e trasformano mais tradizionali in modo professionale. Vogliamo che anche un giovane possa costruire un futuro con queste attività. Ma per farlo, è essenziale che sempre più persone conoscano l’esistenza e il valore aggiunto di questi prodotti».

L’incontro della rete Slow Mays a Gandino nel 2023

A Gandino, per condividere un futuro possibile

È anche con questo spirito che la rete Slow Mays torna a incontrarsi e ad aprirsi al pubblico venerdì 1 e sabato 2 agosto in Val Seriana, in Lombardia, «dove due anni fa ci siamo riuniti per rinnovare la firma del nostro Manifesto» racconta Antonio Rottigni, referente della rete per Slow Food Lombardia.

Proprio in questo Comune, oltre vent’anni fa, è partito il progetto di recupero del mais spinato di Gandino, la varietà più antica della Lombardia, che ha ottenuto l’iscrizione al Registro Nazionale delle specie di Conservazione, aprendo la strada ad altre varietà. Un’esperienza che si è sviluppata in un’ottica sistemica, con l’obiettivo di rilanciare il territorio attraverso un’agricoltura sostenibile e radicata.

Antonio con Petrini all’Assemblea Nazionale di Slow Food Italia

«I problemi sono comuni a molti – aggiunge Rottigni -: dove non arriva l’emergenza climatica, arriva quella della fauna selvatica. E poi c’è la fatica di promuovere un prodotto molto diverso da quelli che si trovano più comunemente nella grande distribuzione. Il nostro disciplinare non prevede l’uso di chimica: tutto è naturale e ogni fase di lavorazione è manuale. Chi fa questo lavoro ci deve credere davvero perché l’impegno è enorme».

Oggi i produttori attivi sono una decina, uno dei quali è custode del seme. A Clusone e Piario in occasione di “Fino all’ultimo seme… senza un agricoltore in meno” incontreranno altri colleghi provenienti da tutta Italia, per condividere pratiche, esperienze e tracciare i prossimi passi della rete.

«Questo incontro sarà un momento importante per arricchire non solo la nostra rete ma anche il pubblico esterno» conclude Rottigni.

«È fondamentale comprendere l’importanza di tramandare saperi storici, non per nostalgia, ma per costruire con tenacia il futuro. Se perdiamo i semi e gli agricoltori custodi, perdiamo anche l’anima delle cose e la democraticità del sapere».

Perché solo tornando in sintonia con la Terra potremo davvero immaginare un futuro possibile e condiviso, un’altra idea di mondo.