Quanto sappiamo delle malattie rare? Proposto un nuovo modello per misurare lo stato della ricerca

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Uno studio pubblicato su Orphanet Journal of Rare Diseases propone un nuovo strumento per misurare il “livello di maturità” delle conoscenze 

Nelle malattie rare il problema non è soltanto la scarsità di terapie disponibili. Spesso, ancora prima, manca una risposta a una domanda fondamentale: quanto sappiamo di una determinata patologia? Ci sono criteri diagnostici condivisi? Le cause biologiche sono state chiarite? Ci sono linee guida cliniche oppure la ricerca è ancora in una fase preliminare, lontana dalle applicazioni terapeutiche? A queste domande prova a rispondere lo studio pubblicato nel 2025 su Orphanet Journal of Rare Diseases da Kazuki Kitahara e Shingo Kano, che introduce un nuovo modello di valutazione chiamato Disease Readiness Level (DRL). L’obiettivo è ambizioso ma necessario, cioè misurare in modo sistematico il grado di conoscenza di una malattia rara e il livello di avanzamento della ricerca, andando oltre il semplice numero di farmaci in sviluppo.

SERVE UN NUOVO MODO DI VALUTARE LE MALATTIE RARE

Le malattie rare costituiscono un insieme estremamente eterogeneo di condizioni, caratterizzate da una bassa prevalenza individuale ma da un impatto complessivo importante. Oggi si stima che ne esistano circa 10.000, anche se manca ancora una definizione universalmente condivisa. Nella maggior parte dei Paesi, la soglia utilizzata per classificarle come rare è compresa tra 40 e 50 casi ogni 100.000 persone.

Proprio la loro rarità ha rappresentato, per decenni, un ostacolo allo sviluppo di terapie dedicate. Le malattie rare sono state a lungo poco attrattive per l’industria farmaceutica tradizionale e la ricerca si è concentrata soprattutto in ambito accademico o in piccole realtà biotech. Per colmare questo divario, negli ultimi anni sono stati introdotti specifici programmi di incentivazione, come le politiche sui farmaci orfani, negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone.

I risultati, però, restano parziali. Tra il 2005 e il 2021 negli Stati Uniti sono stati approvati 244 farmaci orfani, ma solo 124 hanno ottenuto l’autorizzazione anche in Giappone. In Europa, nello stesso periodo, i medicinali orfani approvati sono stati meno di 200. Cifre che, se confrontate con l’enorme numero di malattie rare conosciute, mostrano con chiarezza un divario ancora marcato tra produzione di conoscenza scientifica e disponibilità di terapie efficaci.

In altre parole, la conoscenza cresce più velocemente delle soluzioni terapeutiche ed è proprio questo scarto uno dei nodi centrali affrontati dallo studio.

DAL FARMACO ALLA MALATTIA: UN CAMBIO DI PROSPETTIVA

Fino ad oggi, la maggior parte dei sistemi di valutazione si è concentrata sullo sviluppo dei farmaci. Il modello più noto è il Technology Readiness Level (TRL), nato in ambito aerospaziale e poi adattato alla ricerca biomedica per misurare quanto una tecnologia sia vicina all’applicazione clinica. Il limite di questo approccio, sottolineano gli autori, è evidente: non tiene conto dello stato di conoscenza della malattia in sé. Molte patologie rare restano bloccate a monte, perché mancano dati biologici solidi, criteri diagnostici condivisi o una chiara definizione clinica. In questi casi, parlare di sviluppo farmacologico è prematuro.

Da qui nasce il Disease Readiness Level (DRL), un sistema che segue l’intero percorso di conoscenza della malattia, dalla sua identificazione clinica alla comprensione dei meccanismi biologici, fino allo sviluppo e all’approvazione delle terapie. Il punto di forza del modello è proprio questo: non valuta un prodotto, ma il livello di maturità della conoscenza su una determinata patologia.

COME FUNZIONA IL DISEASE READINESS LEVEL 

Il DRL si articola in nove livelli progressivi. I primi riguardano la fase conoscitiva, gli ultimi lo sviluppo terapeutico:

· Livelli 1–2: identificazione della malattia e definizione del quadro clinico
· Livelli 3–4: ricerca di base e studio dei meccanismi biologici
· Livello 5: definizione di criteri diagnostici e linee guida cliniche
· Livelli 6–8: sviluppo preclinico e clinico delle terapie
· Livello 9: approvazione del farmaco, con distinzione tra terapie sintomatiche, modificanti la malattia o curative

È uno schema che consente di confrontare malattie molto diverse tra loro e di superare l’idea, spesso fuorviante, che l’innovazione coincida esclusivamente con l’arrivo di un nuovo farmaco.

COSA EMERGE DAI CASI STUDIO

Per verificare l’applicabilità del modello, gli autori lo hanno testato su quattro malattie rare con livelli di sviluppo molto differenti:

· Distrofia muscolare, collocata al livello più alto, grazie alla presenza di terapie approvate e linee guida consolidate
· Fibrodisplasia ossificante progressiva (FOP), in una fase intermedia, con ricerca attiva ma senza terapie risolutive
· Malattia di Tangier, con buone conoscenze diagnostiche ma poche opzioni terapeutiche
· Stenosi idiopatica delle arterie polmonari periferiche, ancora in una fase molto precoce di definizione clinica.

Il confronto mostra chiaramente che il progresso non è uniforme. Alcune patologie avanzano rapidamente grazie alla combinazione di ricerca, investimenti e advocacy, mentre altre restano ferme per anni nelle fasi iniziali.

Dal punto di vista di chi vive una malattia rara, il valore di questo lavoro è soprattutto concettuale. Infatti, il DRL permette di comprendere perché per alcune malattie non esistano ancora terapie; distinguere tra mancanza di interesse e mancanza di conoscenze scientifiche; rendere più trasparente il percorso della ricerca; offrire criteri più chiari per orientare i finanziamenti.

Un aspetto importante è il riconoscimento del ruolo delle associazioni di pazienti, che nello studio compaiono già nelle fasi iniziali del percorso, non solo come soggetti da tutelare, ma come attori attivi nella raccolta dei dati, nella definizione delle priorità e nella promozione della ricerca.

I LIMITI DELLO STUDIO

Gli stessi autori riconoscono alcuni limiti importanti. Il primo è metodologico, poiché il DRL è un modello concettuale, non ancora validato empiricamente. Non misura l’efficacia delle terapie, né garantisce che il passaggio da un livello all’altro produca benefici clinici concreti.

Un secondo limite riguarda il numero ridotto di casi analizzati, che non rappresenta l’intero panorama delle oltre 7.000 malattie rare conosciute.

C’è poi un problema di applicabilità, cioè il modello funziona meglio per le patologie con uno sviluppo farmacologico strutturato, mentre risulta meno adatto a quelle gestite principalmente con interventi assistenziali o riabilitativi.

Infine, resta una componente di soggettività, perché la collocazione di una malattia in un determinato livello può variare in base alla qualità dei dati disponibili e al punto di vista di chi valuta.

Nonostante questi limiti, lo studio resta comunque un contributo importante al dibattito sulle malattie rare. Sposta l’attenzione dal singolo farmaco al percorso complessivo di conoscenza e offre uno strumento utile per ricercatori, decisori pubblici, industrie e associazioni di pazienti. Senza una visione strutturata dello stato della ricerca, il rischio è continuare a investire in modo disomogeneo, lasciando indietro le patologie meno visibili. In questo senso, il Disease Readiness Level non è solo un modello teorico, ma un tentativo concreto di rendere la ricerca sulle malattie rare più razionale ed equa.

Recapiti
info@osservatoriomalattierare.it (Ivana Barberini)