Le cure continuano anche grazie al tuo aiuto

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In Palestina, oggi, curarsi non è scontato.

Per un bambino malato di cancro significa affrontare non solo la malattia, ma anche un sistema sanitario fragile, la scarsità di farmaci e un contesto segnato dall’occupazione.

CISGIORDANIA.

Contro il cancro il tempo è tutto: ogni ciclo di terapia deve rispettare dei tempi prestabiliti e ogni ritardo può compromettere il percorso di cura e guarigione.

Eppure, ogni giorno, nel reparto di oncoematologia pediatrica del Beit Jala Governmental Hospital, l’unico e ultimo ospedale pubblico rimasto per la cura del cancro pediatrico in tutta la Cisgiordania, le terapie continuano. E questo accade grazie al sostegno di chi, come te, ha scelto di esserci.

Ogni giorno in quel reparto, incontriamo bambini che dal momento della diagnosi vedono la loro vita riempirsi di ospedali, esami, attese. Una domanda silenziosa accompagna ogni famiglia: le cure potranno continuare senza interruzioni? Mio figlio potrà guarire?

Noi abbiamo risposto grazie al sostegno dei nostri donatori fornendo farmaci salvavita, indispensabili per portare avanti i protocolli terapeutici e garantire la continuità delle cure di 91 bambini affetti da tumori pediatrici e gravi patologie ematologiche.

Nel contesto palestinese, molti di questi bambini crescono segnati dalla paura, dalla perdita, dall’incertezza costante. Per questo, a luglio scorso, è stato inaugurato il Soleterre Children Center: uno spazio dedicato al supporto psicologico, a pochi passi dall’ospedale di Beit Jala in Cisgiordania.

In sei mesi di attività, il Centro è stato un presidio stabile per bambini e famiglie: 332 sessioni di supporto psico-oncologico, decine di percorsi psicologici per bambini in situazioni di vulnerabilità, sostegno per 40 famiglie e genitori e aiuti economici per chi fatica a sostenere il peso quotidiano della malattia e dell’occupazione.

Il Centro ha raggiunto anche bambini fuori dall’ospedale, bambini con disabilità, adolescenti senza famiglia, situazioni di grande fragilità spesso invisibili. Perché curare davvero un bambino significa prendersi cura anche di ciò che non si vede.

GAZA.

Rispetto alla Cisgiordania, la situazione a Gaza è drammatica, assume il volto dell’emergenza e della sopravvivenza.

Da settembre a febbraio, abbiamo raggiunto oltre 1.000 famiglie con distribuzioni alimentari e 600 di queste sono quelle dei bambini ricoverati al Nasser Hospital a Khan Yunis, il principale presidio sanitario nel sud della Striscia di Gaza, dove arrivano feriti di guerra, malati cronici e bambini gravemente malnutriti.

In questo contesto, un pacco alimentare non è solo un aiuto, è sopravvivenza. Nel complesso, sono circa 5.000 le persone raggiunte.

Ogni intervento ha un solo obiettivo: proteggere la vita sempre e nonostante tutto.

Uno sguardo al futuro: il primo Centro Trapianti in Palestina

Oggi il bisogno resta urgente. Sono ancora tanti i bambini che necessitano di cure oncologiche continuative e, in un sistema sanitario sempre più fragile, circa la metà dei farmaci necessari non è garantita. Inoltre, è emerso con forza anche un altro bisogno, ancora più complesso: quello di poter accedere ai trapianti di midollo osseo nel Paese, spesso decisivi per salvare la vita.

Ogni anno, in Palestina, si registrano oltre 5.200 nuovi casi di tumore e, tra questi, si stima che circa 100 bambini e adolescenti sono in attesa di un trapianto. Attualmente nel Paese non esiste un’Unità di Trapianto di Cellule Staminali Ematopoietiche operativa, e spostarsi nei Paesi limitrofi è spesso complicato, se non impossibile. Questo significa che per molti pazienti pediatrici una parte fondamentale del percorso di cura non è accessibile e le possibilità di guarigione si riducono drasticamente.

Per rispondere a questo bisogno, stiamo lavorando alla creazione della prima Unità di Trapianto di Cellule Staminali Ematopoietiche in Palestina, all’Istishari Arab Hospital di Ramallah. Un progetto ambizioso, che vede già una struttura disponibile ma non operativa. Serve renderla funzionante al più presto formando lo staff locale per garantire trapianti in sicurezza, all’interno di spazi sterili dedicati, in presenza di protocolli clinici allineati agli standard europei e ai sistemi di qualità internazionali. L’obiettivo è avviare i primi trapianti a partire dall’autunno.

Avere un centro trapianti in Palestina significherà evitare viaggi all’estero impossibili, ridurre i tempi di attesa, rendere accessibili cure salvavita a chi oggi non può riceverle.

In un contesto ancora così fragile, ogni contributo diventa vitale anche per costruire nuove possibilità di futuro.

Restiamo insieme affinché tutti possano accedere ai trattamenti quando sia ammalano, perché le cure non dovrebbero mai avere un confine.

Grazie per esserci.

CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIù SUL CENTRO TRAPIANTI E CONTRIBUIRE

Recapiti
Emanuela